Togliere le mura: Danilo Casertano a «Nessuno nasce cattivo»
A Piacenza, una domenica mattina, in una chiesa sconsacrata piena fino all'ultimo posto, si è parlato dei ragazzi che nessuno vuole vedere. L'incontro si intitolava "Nessuno nasce cattivo". L'appuntamento si inseriva nel programma della quarta edizione del Festival del Pensare Contemporaneo, curato da Alessandro Fusacchia con la direzione filosofica di Andrea Colamedici e Maura Gancitano, fondatori di Tlon. Accanto ai relatori, la moderatrice aveva fatto aggiungere una sedia in più: quella del ragazzo invisibile, chiamato a fare da vero moderatore.
Il percorso seguiva la vita di quel ragazzo. Danilo Casertano, educatore, ex maestro di strada e co-fondatore dell'Asilo nel Bosco e dell'Asilo del Mare, lo incontra da bambino. Maria Cristina Alfieri, di Fondazione Conad, quando rischia di restare indietro; Antonella Inverno, di Save the Children e autrice di «Dentro le mura», quando il conflitto è già esploso.
A Casertano il compito di aprire il viaggio. Lo ha fatto mettendo subito le mani avanti: «Ogni volta che si parla di scuola ti fai un sacco di nemici».
Togliere le mura
Casertano ha chiesto alla sala, piena di insegnanti ed educatori, quali siano i capisaldi di una scuola. Le risposte sono arrivate subito: l'aula, la cattedra, il voto. «Quanto sono democratiche queste tre cose? Tendenzialmente a tasso negativo».
Il ritratto dell'alunno modello che ne esce è impietoso. «Il bambino bravo è quello che sta zitto, buono, fermo, e ripete quello che gli dice l'insegnante. Poco meglio di una lavatrice». E poi il confronto che gela la platea: un detenuto americano ha diritto a un'ora d'aria, «vediamo se da settembre a giugno un bambino ha quel diritto».
Da qui il filo che lega le due metà del suo percorso. L'Asilo nel Bosco e l'educazione di strada, ha spiegato, nascono dalla stessa scelta: «togliere un elemento antidemocratico e antiumano, che sono le mura». Non per abolire i luoghi chiusi, ma per ritrovare un equilibrio tra dentro e fuori, ricordando che aula, in origine, indicava un luogo aperto e arioso, e che l'Accademia era un bosco.
Con un'avvertenza sul perché uno dei due progetti sia diventato famoso e l'altro no. «Se pubblichi le foto degli adolescenti, gli puzzano i piedi, si fanno le canne, e non prendi like. Se fotografi il bambino piccolo che salta nelle pozzanghere, con un gattino accanto, è un successo strepitoso».
Il merito che non c'è
Il bersaglio più duro è stato il voto. Casertano ha snocciolato i numeri: chi si diploma in un istituto professionale ha il 3,8% di probabilità di laurearsi, chi ha genitori laureati circa due su tre. «Facciamo una corsa di cento metri: io grande, grosso, vecchio, però parto sessanta metri più avanti di te. Forse vinco io».
Il merito, per lui, a scuola non esiste. «Se ho la famiglia che mi paga le ripetizioni, che mi porta a viaggiare, che in casa mi parla italiano, ma che cazzo di merito ho? Sono soltanto nato nel posto giusto». E ancora, senza giri di parole: «Ci sono delle cose che sono fasciste di natura. E il voto è una di quelle».
Ha citato Alberto Manzi, sospeso più volte perché si rifiutava di dare i voti, e ha ricordato agli insegnanti che il voto è obbligatorio solo a fine quadrimestre e a fine anno: in mezzo c'è la valutazione in itinere. Poi l'etimologia, che diventa un atto d'accusa: «Bocciare viene dalle bocce: ti allontano dal pallino. E il pallino è stare in società».
La sorgente della rabbia
Ansia e depressione, ha ricordato citando Daniela Lucangeli, sono oggi le emozioni più diffuse tra i giovani, e per quelle c'è una risposta socialmente accettata: la colpa è tua, e ci sono pure le medicine. Ma chi davanti a un'ingiustizia reagisce con la rabbia diventa un problema. «Il giovane, quando fa il giovane, ovvero s'incazza, non ci piace».
Per spiegarlo ha prestato la voce a uno dei suoi ragazzi di strada: «E che so' stronzo io?». Tradotto: quello ha la macchina, il motorino, il vestito bello solo perché è nato in un'altra famiglia, «io non so' meno stronzo di lui, e quindi me lo vado a prendere». La conclusione è la frase che più è rimasta in sala: «Quando vedete la rabbia, domandatevi qual è la sorgente. La sorgente di quella rabbia è giusta. È il modo in cui vogliono risolvere il problema che è sbagliato».
Niente lieto fine, però. Casertano ha raccontato di un ragazzo bocciato quattro volte alla scuola media, per cui la sua rete aveva raccolto fondi per un ricorso che non è mai arrivato. Oggi ha diciotto anni e la terza media: «Nel 2026, santo Dio». Andrà a lavorare al mercato, probabilmente in nero. «E ne abbiamo creato un altro».
Anche per questo ha detto di essersi stancato delle storie di successo, che trasformano tutto in libro Cuore, e di aver dovuto lasciare la strada: «Si fa la fame» e, insieme, il livello di ingiustizia da combattere ogni giorno è troppo alto. Oggi combatte con sindaci, presidi, fondazioni e banche. I progetti servono, ha riconosciuto, ma senza cambiare le condizioni di fondo «stiamo mettendo i cerotti sulle metastasi».
Educare lo sguardo
Rispondendo a un'educatrice in sala, Casertano ha spiegato perché quei ragazzi «fastidiosi» possono diventare preziosi: chi conosce il dolore e l'esclusione li riconosce negli altri. Può approfittarne, oppure scegliere di stare accanto. «Quando questi ragazzi si sentono visti, si crea un legame. E quel calore rimane per sempre».
Ha preso in prestito il terzo paesaggio di Gilles Clément: il fiore che nasce tra le crepe del cemento. «Stare con i ragazzi di strada significa coltivare il terzo paesaggio dentro il mondo educativo». Ha ricordato un incontro di gioventù con Renato Curcio, appena uscito dal carcere, che a Termini notava tossici e persone in difficoltà che i passanti non vedevano. Perché, come scriveva Emerson, le persone vedono ciò che sono preparate a vedere.
Nel giro finale sui post-it lasciati dal pubblico, ha consegnato agli insegnanti due esercizi. Dividere la superficie dell'aula per il numero di persone che la abitano; e misurare quanto parlano gli adulti e quanto i ragazzi, dividendo poi quei minuti per venticinque. E, accanto all'appello di presenza, fare un "appello emotivo": «Puoi essere fisicamente vicino a qualcuno ed essere lontanissimo, oppure essere lontanissimo e avercelo ancora dentro».

Danilo Casertano: la povertà educativa non conosce classi sociali
L'ultima parola Casertano l'ha spesa sulla povertà educativa, «quella cosa che se non la metti nei bandi non vinci mai soldi». Il rischio, ha avvertito, è criminalizzare per legge gli effetti della povertà: puoi essere povero, ma se ti comporti male da povero, ti puniamo.
La povertà educativa, invece, attraversa tutte le classi: «Conosco stimati professionisti che non si curano dei propri figli». È lo stesso punto su cui Antonella Inverno aveva chiuso il suo intervento, raccontando due ragazzi con le stesse violenze alle spalle e destini opposti, uno messo alla prova e oggi affermato, l'altro in carcere.
La sedia del ragazzo invisibile è rimasta vuota fino alla fine. Ma dopo un'ora e mezza era difficile, in quella chiesa, non vederlo.





Commenti