Quando ho letto la notizia dell’introduzione di telecamere negli asili la mia mente è andata subito a Michel Foucault e al suo saggio “Sorvegliare e Punire”.

Questo accostamento potrebbe risultare estremo, ma se non lo fossi stato probabilmente oggi non ci sarebbero gli Asili nel Bosco. D’altronde gli episodi di violenza nei nidi e nelle case di riposo non sono notizie inventate e, vista la loro proliferazione, potrebbe trattarsi di una vera e propria malattia socialeNel libro di Foucault si cita un regolamento della fine del secolo Diciassettesimo, con le precauzioni da prendere al manifestarsi della peste in città.

“Ogni giorno, anche il sindaco passa per la strada di cui è responsabile; si ferma davanti ad ogni casa; fa mettere tutti gli abitanti alle finestre (quelli che abitassero nella corte si vedranno assegnare una finestra sulla strada dove nessun altro all’infuori di loro potrà mostrarsi); chiama ciascuno per nome; si informa dello stato di tutti, uno per uno … Ciascuno chiuso nella sua gabbia, ciascuno alla sua finestra, rispondendo al proprio nome, mostrandosi quando glielo si chiede: è la grande rivista dei vivi e dei morti. Questa sorveglianza si basa su un sistema di registrazione permanente.”

Quando entra in gioco l’incolumità degli esseri fragili che più amiamo, i nostri figli e i genitori anziani, scattano interiormente reazioni emotive che sono molto difficili da controllare. Se i lebbrosi erano isolati, scrive Foucault,  gli appestati andavano controllati, dando vita ad un nuovo approccio politico alle emergenze. Sempre volendo esagerare con i paragoni ecco che le telecamere nel mio immaginario diventano il Panopticon che così viene descritto in “Sorvegliare e Punire”:

Il “Panopticon” di Bentham è la figura architettonica di questa composizione. Il principio è noto: alla periferia una costruzione ad anello; al centro una torre tagliata da larghe finestre che si aprono verso la faccia interna dell’anello; la costruzione periferica è divisa in celle, che occupano ciascuna tutto lo spessore della costruzione; esse hanno due finestre, una verso l’interno, corrispondente alla finestra della torre; l’altra, verso l’esterno, permette alla luce di attraversare la cella da parte a parte.

Basta allora mettere un sorvegliante nella torre centrale, ed in ogni cella rinchiudere un pazzo, un ammalato, un condannato, un operaio o uno scolaro …Tante gabbie, altrettanti piccoli teatri, in cui ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile.

Il dispositivo panoptico predispone unità spaziali che permettono di vedere senza interruzione e di riconoscere immediatamente. Insomma, il principio della segreta viene rovesciato; o piuttosto delle sue tre funzioni – rinchiudere, privare della luce, nascondere – non si mantiene che la prima e si sopprimono le altre due.

La piena luce e lo sguardo di un sorvegliante captano più di quanto facesse l’ombra, che, alla fine, proteggeva. La visibilità è una trappola. Ciascuno, al suo posto, rinchiuso in una cella, è visto di faccia dal sorvegliante; ma i muri laterali gli impediscono di entrare in contatto coi compagni. E’ visto, ma non vede; oggetto di una informazione, mai soggetto di una comunicazione.

Quando penso ad un alternativa alle telecamere mi vengono in mente le scuole con le classi aperte e gli spazi sperimentali 0/6 (esempio bellissimo quello di Treviglio ), che lasciano ai bambini di età diverse la possibilità di muoversi all’interno della struttura e negli spazi esterni, in modo da favorire la comunicazione e lo scambio. Questo rende impossibile che una singola persona sia lasciata da sola con i bambini a compiere atti criminali.

 Vorrei dire che queste esperienze sono la maggioranza ma, pur essendo un ottimista e un visionario, non sono  un bugiardo. Ci sono ancora troppe scuole, di ogni ordine e grado, dove le classi sono “celle”, dove i ragazzi sono oggetti di formazione e quasi mai soggetti di comunicazione di valore tra loro, con i docenti e con il mondo esterno.

Azzardo che questa introduzione delle telecamere potrebbe rappresentare anche una risposta a quella chiusura che per tantissimi anni ha caratterizzato un certo tipo di scuola e di docenti auto referenziati e refrattari al confronto. Se mi fido mi affido, ma è senz’altro più facile instaurare un rapporto di fiducia con chi ti fa sentire accolto e benvoluto a scuola, con la possibilità (in forme discrete e concordate) di assistere a delle attività pedagogiche.

Credo fermamente che l’effetto più grave dell’introduzione delle telecamere nelle scuole sia magistralmente descritto da Foucault:

“Di qui, l’effetto principale del “Panopticon”: indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere. Far sì che la sorveglianza sia permanente nei suoi effetti, anche se è discontinua nella sua azione; che la perfezione del potere tenda a rendere inutile la continuità del suo esercizio; che questo apparato architettonico sia una macchina per creare e sostenere un rapporto di potere indipendente da colui che lo esercita; in breve, che i detenuti siano presi in una situazione di potere di cui sono essi stessi portatori. Per questo, è nello stesso tempo troppo e troppo poco che il prigioniero sia incessantemente osservato da un sorvegliante: troppo poco, perché l’essenziale è che egli sappia di essere osservato; troppo, perché egli non ha bisogno di esserlo effettivamente.

“Il “Panopticon” è una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti”

Non ci sono dubbi che siamo già circondati dalle telecamere ma ancora in maniera limitata nei luoghi dell’intimità, e la scuola è uno di questi. Si potrebbe obiettare che le telecamere sono criptate, che non c’è diretta, che rimarranno segrete e visionabili solo dalle forze dell’ordine, che dopo un po’ le persone si abitueranno e se ne dimenticheranno. Le immagini non saranno accessibili in ogni momento «al grande comitato del tribunale del mondo» ma la sensazione che questo provvedimento mi lascia è quella di una narrazione che parte con l’intenzionalità di “controllare” e non di condividere.

Temo molto questa oscillazione tra vecchia scuola, chiusa e auto referenziata, e una nuova scuola sempre visibile e iper connessa. Cito nuovamente Foucault:

“Due immagini, dunque, della disciplina. Ad una estremità, la disciplina-blocco, l’istituzione chiusa, stabilita nei suoi confini, e tutta volta a funzioni negative: arrestare il male, interrompere le comunicazioni, sospendere il tempo. All’altra estremità, con il panoptismo, la disciplina-meccanismo: un dispositivo funzionale che deve migliorare l’esercizio del potere rendendolo più rapido, più leggero, più efficace, un disegno di coercizioni sottili per una società da venire, società disciplinare”.

C’è anche da dire che un investimento di 5 milioni di euro è una cifra ridicola per fare qualsiasi intervento strutturale. In questo caso la matematica ci viene in soccorso. In Italia (fonte ISTAT) ci sono 23515 scuole dell’infanzia e 13.147 nidi per un totale di 36662 strutture che assistono circa 2 milioni di bambini. Se dividiamo la spesa per struttura viene fuori la considerevole cifra di 140 euro che ho forti dubbi sia adeguata per formare, sostenere, aiutare gli educatori a prevenire il burn out e le violenze. Questi soldi poi dovrebbero dare copertura anche alle strutture per anziani e disabili, quindi i soldi a progetto sarebbero ancora meno.

Le telecamere però al giorno d’oggi hanno costi contenuti e quindi con pochi soldi si può ottenere un grande risultato sia mediatico che “tecnologico”. Sono certo che con quella cifra il mondo dell’informatica potrebbe fare qualche piattaforma di e-learning o un digital assistant per insegnanti, soluzioni volte al potenziamento delle capacità piuttosto che al controllo dei misfatti.

Fare educazione di massa è sempre stata una impresa titanica, dalle pitture nelle caverne, passando alle tragedie greche, tra le mura dei monasteri fino alle scuole dell’ottocento. Ogni esperimento aveva alla base una narrazione, una storia che supportava e dava i perché alle azioni intraprese. Il bisogno ossessivo di dare istruzione (spesso istruzioni per l’uso) a discapito dell’educare al pensiero e alla creazione è una follia abbastanza recente nello storia dell’umanità. Questo mi fa ben sperare perché non ci sono evidenze che questo sistema continuerà ad esistere, anzi voglio prendere questo provvedimento come un segnale di debolezza e cedimento del sistema.

Sono certo che se le scuole fossero più outoddor diventerebbero conseguentemente più aperte, più visibili e meno bisognose di “controllo”. Io credo che il cambiamento deve avvenire gradualmente, che tutti o nessuno è praticamente sempre nessuno.

Migliaia di persone in Italia stanno sperimentando l’outddor education e, dalla nascita dell’Asilo nel Bosco, sono cambiate tante cose ma per mutare il paradigma abbiamo bisogno di nuove storie, di un’epica dell’avventura, dell’esplorazione, del coraggio e della cura. Per questo abbiamo creato SCUOLE NATURALI, per riunire queste storie e farle diventare il nostro super potere!

Vorremmo usare le telecamere per realizzare documentari su tutte le bellissime iniziative sparse per il paese e nel mondo. Immaginiamo le telecamere non come testimoni di giustizia ma come portatrici di bellezza!