“Pura Vida” è il saluto ufficiale della Costa Rica, un paese considerato nel 2016 dalla Happy Planet Index, il più felice al mondo. Ma questa espressione esprime, oltre ad un saluto, una vera filosofia di vita rivolta al presente, al godere delle piccole cose, al lasciarsi trasportare dallo scorrere del tempo e alla capacità di rapportarsi al mondo con uno sguardo incantato.
Ma questo approccio non è figlio di una visione romantica scontata, bensì di una serie di scelte operative di un paese che dal 1983, rifiutando di ospitare basi militari americane, si è dichiarato neutrale, scegliendo di reindirizzare fondi destinati agli armamenti e all’esercito, ad altri settori, tra questi, primariamente, la preservazione del territorio, di cui larga parte è stata considerata Riserva Nazionale, e l’ecosostenibilità (il 98% del fabbisogno energetico del paese viene soddisfatto da fonti rinnovabili).

Dopo aver visitato la Costa Rica, di fronte alla scelta esistenziale se rimanervi a vivere o provare a interpretare la stessa filosofia di fondo anche nella mia terra, l’opzione della seconda scelta ha prevalso, ma portandosi in eredità la denominazione “Pura Vida” per la fattoria a cui davamo vita nel 2013: un campo incolto e un piccolo rudere da riattare, di certezze da cui partire c’erano solo il mutuo e la volontà di contaminare ogni persona la cui strada avessimo incrociato nell’evoluzione del Pura Vida con la sua filosofia ecologica di fondo, che comprendeva anche modelli di interazione umana. Ma il rapporto con la realtà istituzionale è faticoso, duole il confronto tra le esperienze virtuose della Costa Rica e le scelte politiche di molti altri paesi a vocazione industriale, tra cui il nostro, che continuano a rinviare gli obiettivi della convenzione di Rio de Janeiro del 1992 per il mantenimento della biodiversità; le scadenze del 2020 sono procrastinate al 2030-2050, un ritardo che rischia di costarci molto caro. Ancora le scelte per la preservazione del nostro patrimonio sono timide e inadeguate, non assomigliano a risposte a domande impellenti.

Così, nell’assistere impotente ad una corsa all’oro che ha inquinato non solo la nostra atmosfera, cerco di volgere lo sguardo a quello che è mia facoltà cambiare, giro il dito del giudizio dall’esterno, verso di me, mi interrogo: “ci siamo mantenuti fedeli alle scelte valoriali che hanno animato il progetto?”, “ Quali obiettivi sono stati raggiunti? Cosa si può fare di più nel lungo e medio termine?”, “che contributo abbiamo portato all’agricoltura sociale e alle reti comunitarie?”. Seppur rincuorata da un bilancio parzialmente positivo, in considerazione delle poche risorse e i pochi anni di vita dell’attività, sento quel sapore amaro tra i denti, una sensazione che non è di oggi, risale ai primi scontri con incomprensibili burocrazie, interpretazioni di legge, gdpr, norme locali, recepimenti di leggi europee, adeguamenti sicurezza, privacy, rinnovi, bolli, multe, codici, formazione obbligatoria, tasse, tasse e ancora tasse, ma poi andiamo tutti orgogliosamente all’Expo a testimoniare orgogliosi la genuinità dell’agricoltura made in Italy, legata per definizione alle tradizioni.

Dalla selvaggia giungla di quel secondo lavoro non pagato che si chiama Burocrazia, riemergo grazie a quello nei campi, quando finalmente sento l’odore della terra, vivo il corpo a corpo con la natura, scendo nel bosco delle fate e degli elfi (che, a ‘sto punto, mi sembrano più reali di certi funzionari che incontro dietro le loro scrivanie) e mi accorgo che il nostro vero limite percepito dovrebbe essere quello dell’orizzonte. La terra torna a farmi comprendere ciò che mi manca e sento come tradimento del sogno originale: vivere il presente! Non come filosofia del carpe diem, ma come percezione reale di quello che si sta vivendo, nell’ascolto dei suoi naturali ritmi.

In agricoltura sociale, Francesco Di Iacovo parla di “retroinnvazione”, per trovare risposte concrete al futuro agricolo dobbiamo guardare indietro, ipotizzando un ritorno ad una agricoltura sostenibile e a un terzo settore sovraccarico; possiamo attingere ai paradigmi della nostra tradizione contadina (senza fanatismi che neghino alcune utili evoluzioni tecnologiche, certo), quella dei nostri nonni, dal volto umano, immediato, celebrativo dei ritmi della terra, sostenibile (grazie ai cicli chiusi delle fattorie, capaci di auto produrre e non sprecare), sociale: poiché nessuno denunciava i tuoi amici per lavoro nero se venivano ad aiutare durante la vendemmia in cambio di cibo, vino e canti intorno al fuoco.

Patrimoni culturali e colturali perduti dietro un profitto più allettante, ma che passa attraverso la perdita della biodiversità, l’uso di sostanze chimiche per accelerare la produzione, burocrazie aliene e l’allontanamento dalla dimensione sociale del fare agricolo e dal rispetto sacrale della natura. Abbiamo perso il tempo! Quello passato e quello presente, nella smaniosa ossessione pre-occupata a gestire un futuro economico all’altezza delle aspettative del mercato. Oggi i contadini (anzi dobbiamo chiamarci imprenditori agricoli, perché nomi più pomposi vanno a braccetto con imposte più sostanziose e adempimenti d’impresa) rischiano di perdere la loro dimensione di custodi di un bene comune prezioso e insostituibile, perché la visione corre in avanti, cerca di accelerare i ritmi naturali delle colture, importa ed esporta, compete con il suo vicino (prima patrimonio umano di collaborazione), lavora su larga scala o deve abbassare i criteri qualitativi per competere con prodotti importati più a basso costo. Ecco quell’amaro in bocca che, a volte, affiora quando pronuncio il saluto “Pura Vida” a chi viene a trovarci, a chi coglie la bellezza del posto e l’armonia naturale, ma non può immaginare la fatica di una resistenza in un settore che spesso chiede altro, pur dando pacche sulle spalle agli esempi virtuosi. Ma una “Pura VIda” c’è, è ancora possibile.

Ma ci richiede la consapevolezza che, forse, eravamo già ammalati prima della pandemia, eravamo dei malandati “perditempo”, sempre alla rincorsa di un tempo, dove i ritmi naturali fanno a cazzotti con quelli umani. Ma se accettiamo che la vera rivoluzione, come sostiene Daisaku Ikeda, sia quella umana e parte dal basso, siamo ancora in tempo per invertire la rotta. C’è già tanta gente al lavoro: gruppi di permacultura, fattorie esempi di autoproduzione, centri di educazione ambientale, scuole naturali, asili nel bosco…

Molti fuori dai circuiti ufficiali, ma tutti accomunati dal bisogno di rallentare, ascoltare, fare rete, trovare soluzioni condivise e vivibili dove l’uomo si torni a sentire parte di un grande e meraviglioso organismo vivente, realtà che riconoscono che il bene più prezioso da coltivare è la gioia. Nelle fattorie sociali, didattiche, eco villaggi, aziende biologiche… non si coltivano solo prodotti, ma anche relazioni e conoscenza diffusa. Già perché in una rivoluzione che parte dal basso sono le scelte di consumo di oggi che determinano gli scenari produttivi di domani. Per cui caro Consumatore, rallenta… assapora ciò che mangi, acquista da filiere corte e gas, informati e visita le aziende produttrici, mangia solo prodotti di stagione e meno carne, evita gli imballaggi di plastica, ringrazia per quello che arriva nel tuo piatto. Rallenta consumatore, rallenta, non sei nato solo per consumare… rallenta, così consentirai di farlo anche a noi, custodi della terra e, in questo tempo ritrovato, non sentirò nessun sapore amaro nell’augurarti “Pura Vida”.

Silvia Marchionni, laureata in lettere a indirizzo spettacolo, è counselor e arteterapeuta, dal 2012 dirige la fattoria biologca, sociale e didattica Pura Vida dove si occupa, tra le altre cose, di educazione in natura e progetti di agricoltura sociale