Anche se non è tuo figlio sentiti libero di dire al mio che sta sbagliando. Sembra infatti essere stata approvata una nuova regola sociale che impedisce di manifestare il proprio disagio davanti ad un comportamento maleducato di un bambino che non sia il proprio. Se però io sono lasciato da solo a spiegare ai miei figli le regole della convivenza civile allora avrò meno alleati e, alla fine, tutti perderemo l’occasione di migliorare come individui e come collettività.

Mi accorgo di essere diventato vecchio proprio perché ricordo il mio giocare per strada a contatto con la gente, con i negozianti del quartiere che non si facevano mai scrupoli a dire: “A regazzì mo te lo buco quer pallone”. La maggior parte delle volte era detto con un tono scherzoso, tant’è vero che per me era più che altro una messa in scena, uno spettacolo comico che voleva esprimere un diritto alla partecipazione da parte della comunità.

Non posso negare che di genitori iperprotettivi ce ne siano tanti e per loro è fondamentale iniettarsi una bella dose di imperfezione. Considero le fragilità, i difetti e le imperfezioni il miglior vaccino alla performance, alla competizione senza senso, quella che porta solo stress e nessun reale guadagno. Non vergogniamoci se i nostri figli non sono geni, modelli, statue, campioni (ipotetici) del mondo. La collettività ha bisogno che siano persone integre, integrali più della farina e della pasta!

Il rischio intolleranza nel paese è altissimo ma ancor di più quello della tolleranza. Questa parola etimologicamente vuol dire “portare dei pesi”. Ogni volta che vediamo un gesto scortese e una parola sgarbata di un bambino noi ci stiamo caricando sulle spalle un macigno. Dobbiamo correre il rischio di apparire intolleranti per non appesantire ulteriormente questa società che, nel suo processo di eccessiva individualizzazione, sta rendendo le relazioni sempre più difficili e scarse. Potremmo andare da qualche anziano che ha conservato i modi di dire dialettali e quell’ironia che rende tutto più leggero.