Era cosa nota che chiunque si fosse abbandonato alla tristezza sarebbe affogato nella palude.

È Bastian che legge, il bambino de La storia infinita, seguendo Atreyu nella sua avventura alla ricerca di un modo per arginare il Nulla, salvare Fantàsia e guarire L’infanta imperatrice.

Per trovare le verità più profonde che stiamo cercando dobbiamo passare attraverso le zone più paludose del nostro animo. La tristezza, quando diviene infinita e profonda malinconia mista a sofferenza, dà origine alle Paludi della tristezza.

Atreyu con il suo bianco cavallo Artax si trova ad un passaggio obbligato proprio in queste paludi.

“Su Artax, che cos’hai? Su bello, che succede? Capisco, qui non riesci a passare… Artax, stai affondando! Muoviti, vieni fuori! Su Artax, forza, resisti alla tristezza!
Artax, ti prego, ti stai facendo sopraffare dalla tristezza, fai uno sforzo, cerca di reagire, fallo per me, sei mio amico, ti voglio bene.
Artaaax! Stupido cavallo, morirai se non esci! Sforzati ti prego, non voglio perderti, resisti! Artax, ti pregooo!”


Chi non ha incontrato almeno una volta simili paludi o forse le sta attraversando proprio adesso?
Prove da superare con noi stessi, per affrontare le quali non avremo altro che noi.

 


Momenti in cui la vita 
sprofonda, come quando abbiamo perso qualcuno di caro e tutto diviene grigio e non riusciamo a dare più un senso alle cose, tanto che saremmo tentati dal lasciarci andare da quanto è grande lo struggimento.

Un acquitrino scuro carico di dolore stagnante ci assale colpendoci, relegandoci in un’assenza di vita.
Quando ci sporchiamo con il fango del mondo ne rimaniamo segnati. Quando veniamo sulla Terra e decidiamo di toccare la vita, non possiamo che incontrare la morte.
Quando quasi smarrita sembra la nostra via, qualcosa, inaspettatamente accade.

Nella palude c’è una morte.

Può essere parte dell’innocenza della fanciullezza, come quel candido cavallo bianco. Può essere il dolore di una separazione, di un amore che finisce, di un lutto. Vorremmo impedirlo e non possiamo e ci troviamo ad affrontare il dolore nel nostro percorso in tutta la sua enormità.

Una parte di noi muore e c’è tutta la dignità del senso di perdita, tutto il diritto delle nostre altre parti di piangerlo. Dalle immagini del film traspare il dolore di Atreyu, che si dispera per la perdita del caro amico e che sopraffatto continua a stento il suo viaggio.

Cosa succede? Il dolore colpisce e trasforma.
Atreyu vive il dolore, ma non si lascia andare alla sofferenza che avrebbe potuto farlo annegare.
Vivere la tristezza e abbandonarsi ad essa sono due cose diverse.

 

In una cultura dove fin da piccoli ci viene ripetuto il mantra: “Non piangere” permettiamoci di sentire la tristezza e il senso di liberazione di farci stravolgere da essa.
Lasciamoci pervadere dalle lacrime e viviamo il dolore con ogni nostra cellula, disperiamoci se è necessario, se è quello che sentiamo, accogliamo tutto il dolore che c’è.

Restituiamo dignità e potere anche alle cosiddette “emozioni difficili” e al loro ruolo essenziale alla vita.

Perché vivere un’emozione appieno fa sì che essa possa attraversarci e fluire, come un fiume che scorre. Negarla, giudicarla, cercare di ridurla in brandelli di razionalità crea un tappo che impedisce all’acqua di defluire e questa diverrà stagnante. Se non stiamo attenti diverrà la palude in cui rischieremo di affondare.

Quando un’emozione ci attraversa e scorre lascia un senso di vuoto, come di aria pulita dopo la pioggia.
Celebriamo il lutto, coltiviamo la fiducia e lasciamo il tempo che altre parti di noi emergano.

C’è un animo indomito e nobile che ha la forza di non arrendersi in tutti noi, come Atreyu che non si lascia andare nella palude; quando le circostanze si fanno più avverse potrebbe essere il momento in cui lo incontreremo.

La forza d’animo emerge esattamente lì, dove la fragilità viene a farsi più grande.
Una parte muore  affinché un’altra possa conoscere il coraggio con cui farsi avanti nella vita.

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