Sono andata in giro per molto tempo raccontando quanto fosse importante provare a staccare i nostri piedi da terra e vedere, vederci dall’alto. Planare sulle nostre vite con lentezza per amplificarne la percezione e l’oggettività di quello che sono. Eravamo finiti in un turbinio ridondante grigio, sclerotico e a tratti schizofrenico, dove tutti ci svegliavamo la mattina con due, tre o forse quattro sveglie perché il nostro corpo proprio non ce la faceva più.

Lui continuamente ci parla, ogni istante ci racconta e ci declina alla perfezione gli stati, le emozioni e talvolta anche molto più in là, ci rivela verità nascoste e percezioni profonde ma solo e soltanto se decidiamo e scegliamo di ascoltare e di offrigli validità. “La mente mente, il corpo mai!” Lui lo sa, lui conosce tutto di noi e tiene memoria della vita che conduciamo e di quelle che abbiamo vissuto. Ogni mattina inizia una nuova corsa, dove responsabilità, doveri e pressioni vincono su tutto, sui nostri desideri, sui nostri bisogni addirittura sulle nostre volontà; siamo risucchiati in un sistema sociale che ci vuole topini laboriosi, produttivi, insensibili, impermeabili, bisognosi solo dell’effimero di quello che serve al consumismo spietato della nostra società per arrivare a sera sentendoci in colpa perché in ventiquattro ore non siamo riusciti a fare proprio quello che era necessario fare. 

E il corpo memorizza e ci avvisa, ci invia messaggeri chiari come contratture, mal di testa, dolori articolari, gastrite, stanchezza che non passa mai, tristezza e depressione. Il quadro peggiora se in tutto questo noi siamo i responsabili della vita di altri, soprattutto se bambini, inutile raccontarvi di quel braccino teso a rincorrere mani frettolose, fredde, distanti e “non udenti” degli adulti. Siamo noi quegli adulti! Adulti e genitori di bambini sconosciuti, non conosciamo le espressioni dei loro occhi, non capiamo o sappiamo gestire le loro emozioni, ci incontriamo tutti ai loro piedi, zerbini frustrati da sensi di colpa quotidiani che creano danni irreversibili che troppo spesso sfociano in patologie.

Non siamo più in grado di sostenere nessun tipo di frustrazione, ogni cosa desiderata, dobbiamo possederla velocemente. Abbiamo perso il senso delle cose, il senso dell’attesa, il valore del nostro lavoro, il tempo … Questo grande dimenticato, il tempo. Crediamo di possederlo e di cavalcarlo invece è lui che ci tiene in “pugno”. Infiliamo nelle nostre giornate molte più attività di quelle che realmente possiamo fare e non capiamo più la bellezza di far meno per fare meglio, abbiamo tra le mani un vero tesoro e non sappiamo sfruttarlo adeguatamente. Ci nutriamo molto più del necessario e sostanzialmente di schifezze, di “oggetti” che chiamare alimenti ci vuol coraggio per davvero, perché sono finti, non odorano di terra, di sole, non raccontano di “cura” di pazienza, di speranzose attese, di mani sapienti, di lentezza e di stagioni. Finti.

Tutti mono sapore oppure con sapori esaltati. Siamo ciechi, non riusciamo più a scorgere la meraviglia che ci circonda, i prodigi che la natura ogni santissimo giorno, in maniera resiliente, è in grado di realizzare e di porgere a noi, ai nostri occhi distanti e distratti, non riusciamo più a emozionarci per la prima violetta nata, per il resistente cinguettio degli uccellini, per l’odore di pioggia che porta con sé ricordi, storie ed emozioni. Abbiamo perso il contatto con la terra, sembra banale e di poco conto invece traduce e porta in sé l’essenza stessa dell’uomo sul pianeta, siamo disconnessi da noi stessi e da quello che ci circonda primariamente con la natura e questo è un grande guaio, tutto questo ci ha portato ai disastri che sono sotto i nostri occhi quotidianamente. L’uomo ha bisogno della natura per vivere non solo perché ci regala gratuitamente l’elemento essenziale per la nostra sopravvivenza ma anche perché ci offre l’opportunità dell’unico vero benessere per l’uomo.

Sembra incredibile, quasi una magia, ma tutto è fatto, creato e architettato in maniera perfetta per farci vivere una vita piena, sana e benevola, un esempio per tutti è la vitamina D che, negli ultimi anni, ogni nostro bambino, che nasce deve assumere mediamente per tutto il primo anno di vita, pensate che anche il latte materno ha in sé dosi insufficienti di vitamina D. Sapete perché? Perché fino a qualche decina di anni fa ci avrebbe pensato madre natura a integrare, con il sole. Ebbene sì, il SOLE. La vitamina D assiste nel controllo dei livelli di calcio nel sangue e aiuta a mantenere la forza muscolare; quando la nostra pelle è esposta ai raggi ultravioletti B (UVB) emessi dal sole, si produce la vitamina D. Basta esporsi un poco al sole per produrre elevati livelli di vitamina D. Il problema è che oggi non stiamo più al sole però scegliamo di assumere e far assumere ai nostri bambini composti chimici per integrare ciò che avremmo già a disposizione naturalmente e ripeto, Gratis!

Una natura quindi meravigliosa e fatta apposta per noi, e pensare che l’uomo negli ultimi 50-60 anni ha dato il meglio di sé nel distruggere completamente gran parte dei suoi ecosistemi. Siamo refrattari alla bellezza, non la cerchiamo più, non ci appassioniamo più a lei, ci accontentiamo del grigiore, del confuso, del superficiale, del disordinato. Siamo impalpabili e impermeabili all’altro. L’altro è “altro” da noi, non è affar nostro, non ci riguarda, così che abbiamo scelto di non incontrare più gli sguardi, gli occhi delle persone, non li vediamo, non solo camminiamo per le vie delle nostre città, dei nostri paesi con cuffiette e cellulare in mano, non ci salutiamo, non ci sorridiamo ma abbiamo anche la supponenza di credere che questo sia giusto e opportuno.

Così facendo ci allontaniamo sempre più da quello che per millenni è stato un tratto caratteristico dell’essere umano, l’umanità intesa nell’accezione greca del termine come humanitas. L’humanitas è un valore etico nato e affermatosi nella nobiltà Romana del II secolo A.C. con il quale si sostenevano gli ideali di attenzione e cura benevola tra gli uomini. Attenzione e cura benevola. L’uomo nasce come essere sociale incompleto, solo, non basta a se stesso. Solo, non può sopravvivere a lungo. Abbiamo un bisogno innato e primordiale di incontrare l’altro, ma nelle vite che ognuno di noi conduceva fino a poche settimane fa tutto ciò, non si realizzava perché dovevamo correre, chissà dove però.

L’avvento della globalizzazione ha cambiato i nostri usi e costumi, ha cambiato le nostre città e il nostro modo di comunicare e lavorare e l’ha fatto in maniera talmente repentina, profonda e totalizzante che tutti noi ne siamo rimasti incastrati. Unitamente a tutto questo oggi ci troviamo ad affrontare una serie di problemi e difficoltà epocali che il Covid-19 ha portato con sé, una pandemia grave che sta segnando fortemente tutti noi, le nostre famiglie, i nostri paesi, le nostre città, le nostre nazioni, il mondo tutto. Dopo la seconda guerra mondiale per l’Italia è sicuramente il momento più difficile, doloroso e complicato da affrontare. Una pandemia che disegnerà nuovamente aspetti essenziali del nostro tempo e del nostro vivere, una pandemia che ci racconta aspetti esasperati della nostra società. 

Bernardino Fantini fondatore e direttore dell’Istituto di Storia di medicina e della salute, Università di Ginevra e innumerevoli altre qualifiche ancora, ci racconta che si usa il termine pandemia quando l’epidemia è diffusa in moltissimi paesi come in questo caso. L’ultima pandemia ricordata è del 1968 la “Hong Kong” che si è trascinata dietro un milione di morti.  Mi è sempre piaciuto approfondire, scavare, studiare a fondo scendere nei significati delle cose degli eventi per comprenderne meglio i valori, i significati e se possibile farne tesoro, come in questa situazione, non riesco a limitare il flusso dei pensieri il battito propulsivo del mio cuore che brama cerca e sente.

Così ho cominciato a parlare con le persone anziane, come potevo, dal terrazzo di casa mia, con il telefono, qualcuno sui social e molti sul web. Ho connesso poi alle parole che mio padre in tutti questi anni di vita mi aveva regalato, mi aveva dimostrato incarnando valori pazzeschi, unici e meravigliosi, valori in netto contrasto con la società attuale, valori “démodé” nei quali sono cresciuta e per me rappresentavano la normalità, valori di cui implicitamente e spontaneamente ho sempre fatto tesoro trovandomi spesso in grande difficoltà quando si scontravano con il mondo reale. Proprio per questo è stato necessario per me procedere a integrazioni, connessioni e meticciamenti veramente importanti, che oggi mi permettono di capire che dovevamo rallentare quella corsa furiosa senza meta, dovevamo trovare qualcosa che potesse permetterci una battuta d’arresto per planare sulle nostre vite dall’alto, planare sulle nostre vite con lentezza per amplificarne la percezione e l’oggettività di quello che veramente sono.

Ci dovevamo fermare. Riflettendo poi sulle precedenti pandemie ho pensato che forse potrebbe esistere una legge super partes, qualcosa, una legge che guida l’universo proprio come sono guidate le stelle e ogni più piccola particella del cosmo. Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le leggi che lo sostengono soprattutto quando queste sono stravolte, straziate e calpestate in maniera ripetitiva e cieca. Ci dovevamo fermare. Adesso ci dicono, ci implorano, ci obbligano a stare in casa, siamo costretti a Re-Stare, stare nuovamente … queste parole strette insieme mi commuovono, muovono in me qualcosa di forte e di potente perché credo siano la radice, il piccolo seme desideroso di rompersi per germogliare. Oggi però non riusciamo più a stare, figuriamoci a re-stare, ci attanaglia una tale smania di fare, di avere, ma il nostro fare è proprio nelle nostre case, proprio lì, dove tutto è cominciato.

Il nostro fare adesso è ripartire da noi, dai rapporti dalle relazioni, dal nostro tempo, che oggi possiamo avere e possiamo scegliere a chi dedicare, magari a chi veramente amiamo da sempre e ce ne eravamo un po’ dimenticati. Questi giorni sono complessi anche perché siamo costretti a guardare in faccia una relazione difficile che da anni ci intossica, che da anni ci opprime, ci oscura, ci limita. Questo è tempo per, avere tempo e guardare finalmente quella relazione, quella storia e sentire per davvero dove siamo noi … che cosa sentiamo noi … dove scegliamo di “Essere”. Sono giorni complicati perché non eravamo più abituati a occuparci totalmente dei nostri figli, a restare con loro tutto il giorno e a farci carico della loro bellezza, della loro profondità, dell’impegno che serve per star loro vicini, della fatica necessaria per innalzarci fino all’altezza dei loro sentimenti, come dice Janusz Korczak.

E’ difficile re-stare con i nostri bambini perché finalmente dobbiamo mettere da parte l’egocentrismo che primeggia in molti adulti-genitori, molto poco adulti, è faticoso dare molto spazio a loro, fermarci-respirare ed essere finalmente liberi e limpidi da poterli ascoltare da poterli sentire. E’ difficile perché tutto questo ci obbliga a guardarci dentro a connetterci con la profondità più vera di noi stessi e non è detto che il groviglio che ci troviamo dentro ci piaccia, non è detto che rispecchi i nostri desideri, le nostre attese, non è detto che si totalmente conforme al sogno che avevamo di noi.

Dovevamo fermarci, dovevamo fermarci e aspettare che la nostra anima potesse raggiungerci. Oggi ci troviamo quasi sospesi nel tempo, nello spazio, ci sentiamo fuori dalla società, fuori da una routine croce e delizia delle nostre vite … forse per guardarci dentro, forse per compiere una sana battuta d’arresto con l’augurio che ci possa portare indietro come fa un nastro premendo il tasto rewind. Indietro per ascoltare e ascoltarci per davvero ben oltre le parole, guardandoci negli occhi sentendone l’essenza, tenerci la mano, ascoltare il calore di quella mano, memorizzando ogni minima percezione, aprendoci senza paura e timore  a quell’emozione.

Stare e restare in quella gioia in quell’emozione senza pensiero e senza giudizio gustandone appieno la bellezza. In questo modo potremmo accorgerci di chi ci siede vicino, non limitarci a vedere ma guardare quei volti, per scegliere veramente di incontrare l’altro perché è in questo incontro che tutto si realizza. Questo tempo ci tiene lontani e non ci permette il contatto fisico, il covid 19 ci allontana fisicamente, ci separa, ci spezzetta, ci limita in uno degli aspetti vitali dell’essere umano, il tocco, la carezza … l’abbraccio. Una battuta d’arresto per tuffarci appieno nella lentezza per ritrovare e difendere con le unghie e con i denti il tempo nostro, che è diverso dal tempo altrui, e che come tale merita rispetto, un tempo più idoneo all’essere umano che deve essere visto e riconosciuto, un tempo in cui fare meno possa diventare fare meglio con più sorriso e più cuore.

Avere finalmente tempo per avvertire le meraviglie attorno a noi, soffermarci a guardare il cielo e perdersi nel suo infinito mutare, accorgerci della luminosità o del candore della luna, oppure del resiliente ondeggiare del mare, riuscire ad annusare i profumi pazzeschi della terra, delle foglie, della pelle, poter usare finalmente le mani senza terrore per lo sporco, affondarle nella sabbia, nella melma, nell’acqua fresca di un ruscello, poter gustare un frutto rubato alla sua pianta, incantarci nel percepire il manto vellutato di una foglia oppure il calore di una corteccia di albero.

La natura è più brava di noi anche in questo e ci sta dando un grande esempio, in molte città Italiane, libere finalmente dalla presenza invadente dell’uomo, sono tornati gli animali mostrando tutto il loro incanto e la loro bellezza, possiamo godere d’immagini meravigliose di cigni e delfini nelle acque limpide di Venezia oppure anatre selvatiche nelle fontane più belle di Roma. La natura sa prendersi il suo posto se noi le mostriamo rispetto. Scegliere di nutrirci meglio magari producendo noi qualcosa, partendo da piccoli ortaggi, tornare al fare il pane, impastare, misurare, assaggiare, riscoprire e provare piacere per i sapori veri di verdura e alimenti, quelli che di colpo ti portano indietro nel tempo ricordandoti la bellezza dello stare insieme, le mani di nonna, il sorriso di babbo e l’odore di casa.

Abbiamo urgente bisogno di tutto questo, non c’è più tempo, anzi ora abbiamo tempo, usando una metafora un po’ strana ma azzeccata secondo me, di Massimiliano Sassoli docente presso l’università di Bruxelles “Il Corona virus è come un haker creato dalla natura per mostrarci la vulnerabilità del nostro sistema di vita, prima che questo collassi completamente”, ovviamente è ironico e paradossale ma spesso noi umani abbiamo bisogno di vivere il paradosso per guardare davvero la realtà in faccia e siccome credo che la misura dell’intelligenza sia data dalla capacità di cambiare quando è necessario, come diceva Einstein, ho bisogno di credere che il Covid 19 sia per tutti noi un’opportunità per sognare e riconquistarci un futuro migliore, per usare tutti un fare più attento e delicato, rispettoso e se possibile appassionato.

Servirà coraggio e tanto amore e come diceva qualcuno proveniente dalla civiltà più saggia che io conosca: PER ASPERA AD ASTRA attraverso le difficoltà fino alle stelle.

Con un pensiero speciale, a chi mi ha insegnato che per aspera ad astra!

20 Marzo 2020 Ramona Sichi