Un titolo forte per la necessità di un’azione incisiva per un mondo, come sistema scolastico, che non riesce ad avere il coraggio di fare dei cambiamenti strutturali che vadano a migliorare realmente la condizione esistenziale di studenti e insegnanti. Tante singole foglie, alcuni rami continuano a crescere e a dare dei frutti deliziosi e nutrienti, ma è proprio per dare più forza a loro che bisognerebbe avere il coraggio di dare una potatina!  

Potare deriva dal latino putare pulire, nettare e da putus/purus puro e schietto (quanta ipocrisia nelle parole spese per la scuola), ma si collega anche al  greco pyr ovvero fuoco il grande purificatore. È proprio pensando al sacro fuoco che ancora arde nei cuori della nuova resistenza, nei giovani, nei docenti nei bambini che a volte si trovano costretti a manifestare disturbi comportamentali, patologie esasperate da luoghi, orari e consegne più simili alle carceri e alle reclute che a esseri alla scoperta dei propri talenti e fragilità.

Chi scrive ha passato gli ultimi cinque anni a girare tutta l’Italia e ha avuto la fortuna e l’onore di visitare scuole in diverse parti del mondo, dal nord Europa agli Stati Uniti fino all’estremo oriente della Cina. Quanto parlo di vento del cambiamento non invoco uragani né tanto meno, rimanendo nel linguaggio vivaista, delle capitozzature, ovvero quella folle pratica di taglio indiscriminato del fusto, delle branchie primarie e di grossi rami. Quel gesto potrebbe diventare nella scuola una sconsiderata privatizzazione selvaggia o la riduzione ulteriore dei fondi, un aggravarsi della miopia sui bisogni reali degli alunni contemporanei.

Una potatura consapevole deve conoscere che ci vuole un equilibrio tra la forza delle radici e quella della parte aerea. Metaforicamente parlando di un’armonia tra la tradizione e l’innovazione, tra l’accademico e il non accademico, tra il dentro e il fuori, tra lo strutturato e destrutturato, tra convergente e divergente, tra individuale e collettivo e così via.

Chiediamo quindi di potare stando attenti a non amputare nessuna parte essenziale dell’organismo scuola. Non vogliamo imputare le colpe a nessuno in particolare stiamo solo disputando sul significato di una parola  inserendola in un contesto spinoso come quello educativo. Questo tentativo di reputare la scuola bisognosa di attenzioni deriva da un computare di richieste che ci arrivano quotidianamente di integrazione degli spazi aperti e naturali all’interno della routine degli alunni. Dal compitare deriva il compito per ognuno di noi di impegnarsi a riflettere su qual è il contributo che possiamo dare alle nuove generazioni.

Possiamo diventare per la scuola il genitore putativo quindi presunto, apparente, non ritenuto tale ma vorrei ricordare a tutti le parole di Fedor Dostoevskij che riferendosi al padre disse “Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno”. Parafrasando per la scuola, possiamo dire “Colui che va in classe, chi ce lo accompagna, chi ci lavora, chi la amministra non sono la scuola, Scuola è per chi se ne rende degno”.

Abbiamo bisogno di renderci degni delle nuove generazioni, dobbiamo potare non per un capriccio estetico, bensì perché la pianta sta soffrendo. Noi di Scuole Naturali rivendichiamo sia il diritto alla luce dei rami e delle foglie che la necessità di proteggere le nostre radici culturali.