Scattata la quarantena, come molti, ho trovato un potente antidepressivo nel piantare fiori, fare l’orto, imbiancare, sistemare la casa.Trovavo pace e beneficio in queste semplici attività.Rimanevo concentrata e, nonostante la fatica, sempre più o meno soddisfatta del risultato.

Passata la cosiddetta “fase uno”, ho cominciato a chiedermi perché mi fosse venuto spontaneo attivarmi in questo senso e che cosa accomunasse tutti queste azioni: Ho trovato la risposta nella cura, intesa proprio come accudimento, come “prendersi cura”. Sono andata subito con la mente al mio mestiere, a quello che in teoria stavo svolgendo “a distanza” ed il collegamento è avvenuto in un attimo. Sono un’insegnante di scuola primaria, da pochi anni, è il mestiere che ho voluto fare da quando ne ho ricordo.

Lungo il mio percorso professionale, ho sempre più compreso che cosa occorre per essere un buon insegnante. Il termine vocazione mi piace poco, ma sicuramente occorrono una buona dose di pazienza, creatività, inventiva, competenze in ambito sociale, didattico e pedagogico. Solamente durante la quarantena, ho capito però che l’ingrediente fondamentale del mio mestiere, ciò che lo rende così appagante, coinvolgente, “immersivo”, è appunto la cura. Non me lo aveva mai detto nessuno e non l’ho mai letto esplicitamente in nessun manuale, ma inconsciamente è ciò che ha sempre mosso in me la passione per questo lavoro: Il mio è un lavoro di cura. Solitamente con questo termine si intendono professioni in ambito sanitario: infermiere, operatore socio assistenziale, medico, assistente sociale… ma l’insegnante?

Sono stati pubblicati in continuazione articoli da parte di insegnanti di ogni ordine e grado, i quali riflettevano sulle difficoltà nell’attuazione della “didattica a distanza”: il mancato contatto, la mancata relazione, la difficoltà di raggiungere ragazzi e famiglie. L’apprendimento passa tramite la relazione, l’esperienza di e con altri esseri umani. Questo è un dato di fatto incontestabile ma ciò che accomuna tutti questi aspetti, che li raggruppa sotto un unico, imprescindibile elemento, è la cura. In questa parola è racchiusa la radice etimologica di cuore: ovvero COR, radice che troviamo anche in CORaggio. Nell’etimologia leggiamo anche che la cura è ciò che : “stimola il cuore e lo consuma”.

Se cerchiamo il significato in un vocabolario, scopriremo che le prime definizioni che ci compaiono ci riconducono alla “sollecitudine, vigilanza premurosa, assidua diligenza”. Solamente in seconda battuta la si legge in riferimento all’ambito sanitario-terapeutico, al quale oggi noi colleghiamo più frequentemente questa parola. Ecco ciò che ricercavo nelle mansioni domestiche e di giardinaggio: ecco cosa mancava a noi insegnanti e ai bambini stessi, e, a ben vedere, a tutti noi nel periodo di quarantena: un rapporto di cura, di sollecitudine verso l’altro, di cuore.

Nessun contenuto, lezione, apprendimento può essere efficace, senza essere veicolato dalla cura. Per quanto i bambini possano svolgere i compiti assegnati, compilare schede, rispondere alle domande in videochat, tutto questo non sarà altro che una mera trasmissione di contenuti, a fronte della relazione educativa con le maestre, i maestri e i compagni. Questa consapevolezza ha trovato conferma nell’osservare il graduale avanzamento di apatia, disinteresse e distacco dei bambini, via via che le settimane di quarantena si susseguivano.

Tale rapporto di cura assume una valenza particolare laddove ci siano famiglie dove questa cura non è garantita. Il ruolo degli insegnanti, in questo senso diventa ancor più indispensabile:la scuola, per questi bambini e ragazzi, più che per gli altri, è un luogo di affetto, di calore, oltre che di apprendimento ed acquisizione di conoscenze ed esperienze.I bambini si sentono accuditi, perché noi li vediamo, li ascoltiamo, li accogliamo. In questa relazione, mi sento vista e ascoltata, quindi presente e viva anche io.

Luglio 2020, Gloria Simeoni.