L’attuale emergenza sanitaria, per contrastare la diffusione del Covid-19, ci sta portando a vivere una condizione esistenziale anomala, straordinaria, complessa e nuova che coinvolge tutti, nessuno escluso. Stiamo affrontando questo momento come singoli individui, come piccole comunità, come figli di una nazione e come cittadini del mondo.

Fuori dalla finestra di casa c’è il silenzio, un malinconico silenzio che fa tornare alla memoria i racconti di guerra dei nostri nonni. Le strade delle città sono deserte e sembra di vivere un eterno ferragosto nel pieno del meriggio, caratterizzato da una temperatura più rigida. Scenari distopici che la letteratura novecentesca aveva già delineato, ma che forse non ci aspettavamo di vivere sulla nostra pelle.

Ognuno di noi sta affrontando questo momento con le risorse che ha, esteriori ed interiori

C’è chi sta trascorrendo questi giorni in comode e confortevoli case con giardino, altri in piccoli appartamenti senza affaccio all’esterno. Ci sono i senza fissa dimora, invisibili oggi più che mai, che continuano a vivere la loro quotidianità per strada perché non hanno un luogo dove stare. C’è chi vive in deserte città che si “ripopolano” alle ore 18, quando scatta l’uscita collettiva in balcone per suonare, intonare l’inno nazionale, per cantare e, semplicemente, per sentirsi meno soli. C’è anche chi vive più isolato, abitando in piccoli paesi o in luoghi circondati dalla natura. Probabilmente lei, la natura, è l’unica grata di questa situazione e riaffiora con forza in una primavera di rinascita senza l’invadenza dell’uomo.

Oltre il luogo che viviamo c’è anche un altro aspetto da considerare: con chi stiamo condividendo questo momento?
Alcuni di noi stanno affrontando questa situazione in casa con i propri familiari, avendo accanto persone care. Altri sono da soli, in una solitudine spesso riempita da messaggi su whatsapp e videochiamate su zoom, che garantiscono per lo meno l’ascolto di una voce amica e l’incrociarsi di uno sguardo.

Da qualsiasi angolazione lo si guardi, viviamo un contesto peculiare in cui tutti ci stiamo confrontando con le nostre umane fragilità. Ci auspichiamo che “andrà tutto bene”, serbando in cuore la speranza di varcare presto quel muro invisibile, di almeno un metro, che ci separa dall’altro.

Sono state decretate indicazioni per andare incontro a questo tempo indefinito, norme che definiscono l’agire e il fare dei singoli nel rispetto della collettività. Purtroppo non c’è un vedemecum per fare i conti con noi stessi, con demoni, spettri e fantasmi che si aggirano nei nostri pensieri, nel nostro cuore e talvolta agiscono per conto nostro. Nei confronti di ciò, ognuno non può che essere conforme a se stesso.

Lo sguardo si sofferma amaramente sul tempo che viviamo, su quest’epoca postmoderna madre di narcisisti e genitrice di un diffuso culto dell’apparire. Siamo sempre impegnati a mostrarci, produttori e consumatori bulimici di dirette facebook per accaparrare qualche like o per bramare di essere popolari, manipolatori delle relazioni strumentalizzate per nutrire la nostra vana immagine. Questo periodo ci presenta il conto e non possiamo eludere noi stessi dall’osservare chi siamo realmente. Allo specchio della nostra anima possiamo solo renderci conto di quanto l’individualismo assoluto ci ha reso infelicemente soli, orfani dell’appartenenza ad una Comunità.

Così, chiusi tra quattro mura, gettiamo lo sguardo verso l’oltre, anelando ad incontrare l’altro, familiari, amici vicini o lontani. Ne sentiamo la mancanza, ne riconosciamo l’importanza e la necessità, anche per percepire noi stessi.

Chi è l’altro?

L’altro è colui che non è mai uguale a noi, è diverso ed estraneo ma senza il quale non potremmo essere ciò che siamo. Non è solo l’altro da me ma anche l’altro di me; entrambi viviamo in una relazione di uguaglianza ed alterità. Siamo uguali in quanto partecipiamo alla stessa comunità umana e siamo diversi in quanto ognuno di noi ha la sua identità personale. Così nel suo libro “L’altro”, Paola Ricci Sindoni riassume il pensiero di Paul Ricoeur . La filosofa italiana ci ricorda quanto sia importante la relazione con l’altro per la ricerca della propria identità.

La relazione è in questi giorni l’assenza che maggiormente avvertiamo. Il telefono e il computer sono diventati un prolungamento del nostro corpo, illudendoci e rassicurandoci allo stesso tempo di sentire più vicine le persone a cui vogliamo bene, per vederle e sentirle. Ricerchiamo il dialogo, audio o video non importa basta che ci sia, per creare quell’invisibile ponte che ci connette all’altro.

Dialogare è un compito per chi desidera crescere come singolo e come comunità. Dialogare è una disciplina che implica cura e rispetto del proprio punto di vista e di quello altrui. Attraverso il dialogo l’Io diventa Noi, si misura con i personali limiti, cresce, matura e si riscopre nell’altro attraverso l’altro. Purtroppo la distanza fisica, che il mezzo virtuale non può colmare, porta spesso a spettacoli indecenti che riempiono i social network. Un fiume di commenti carichi d’odio si riversano su personaggi pubblici e non, su pensieri altrui che differiscono dai propri; si pretende di convincere l’altro della validità del proprio punto di vista agendo atti più o meno subdoli di violenza.

Questo tempo di assenze e distanze può essere dedicato a riflettere sull’importanza del dialogo e della relazione, in un equilibrio il cui l’ago della bilancia, tra individualità e alterità, è il rispetto. Come Alberto Manzi riporta nel suo romanzo postumo “E venne il sabato”:

L’unica regola: il rispetto. L’unica norma: l’altro sono io.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Manzi A., E venne il sabato, Baldini&Castoldi, Milano, 2014
Ricci Sindoni P., L’altro, Messaggero di S.Antonio Editrice, Padova, 2015