Questi sono spunti di riflessione che ho annotato trascorrendo alcuni giorni di vacanza al mare, in uno stabilimento balneare; ho fatto spesso un paragone con le nostre scuole dove non lasciamo liberi gli alunni di sperimentare, ma stabiliamo percorsi per loro e in modo “obbedientemente burocratizzato” stiamo attenti a non creare situazioni di rischio e pericolo per loro, ma siamo proprio sicuri di fare la cosa giusta?

Io sono certa ormai del contrario e in modo educato e burocratico spesso “ disobbedisco” per il bene del futuro.   Osservo i bambini in spiaggia, pochi si tuffano tra le onde con gioia altri sono timorosi, nessuno ormai gioca con la sabbia o con le pietre. Si guarda al mare come un nemico portatore di pericolo e malattie, un’alga non va neppure avvicinata, essere alieno e infetto probabilmente, di un mondo che non appartiene all’uomo. Appena si esce dall’acqua, di corsa a fare la doccia, per togliere il salino e posare sulla pelle il cloro,  asciugarla e ricoprirla di crema. Riti impostati che di naturale hanno ben poco.

Un bimbo dalla riva chiede un retino per raccogliere dall’acqua una medusa per poter fare il bagno tranquillo e la butta nel cestino della spazzatura, come un rifiuto. Mi scappano dei pensieri, perdonatemi; osservo e penso che c’è un urgente necessità di ricollegamento, vogliamo chiamarla connessione così è più attuale, con il mondo naturale. Viviamo all’aperto ma è come se non ci fossimo. Soprattutto i bambini, portano fuori la ripetizione di ciò che fanno a casa. Rimangono attaccati al nucleo famigliare e difficilmente fanno nuove amicizie in modo spontaneo, infatti la frase molto sentita è: “mi porto gli amici così non si annoia”; studiano e fanno i stramaledetti compiti sotto l’ombrellone, nella pausa dopo pranzo;  non possono allontanarsi oltre un certo cerchio di metri altrimenti scatta l’ansia di ricerca genitoriale (ho visto madri che dalla riva hanno osservato per un’ora i figli adolescenti sul pattino peggio di un baywatch).

Il mare, i boschi, gli animali devono smettere di far paura; bisogna tornare a conoscerli, viverli in modo più vero. Per questo c’è un gran movimento di scuole in natura; occorre che da piccoli si torni a vivere da vicino in modo semplice e naturale anche le più piccole cose: non aver paura di sporcarsi, di pungersi, di cadere. Conoscete l’etimologia della parola NATURA? L’ho cercata ed ho trovato questo: “dal latino NATURA composto di NAT-us p.p. di nascere e URUS-A che è un suffisso del futuro, quindi ne esce “ la forza che genera”; in termini esplicativi: il complesso di tutti gli esseri che compongono l’Universo o Essenza e qualità insita in ognuno di noi”.

Quindi la natura è dentro ognuno di noi, da sempre. Ne deduco che non è possibile essere arrivati al punto di dire ad un bambino di giocare e stare attento a non cadere o a non sporcarsi, sarebbe privarlo di fare esperienza, di crescere. Ed è proprio quello che oggettivamente si fa, purtroppo! La Paura fa sì che niente sia vicino a ciò che è più naturale, provare secondo il proprio istinto, osservare ed imparare. L’essere umano sa cosa è bene per sé, se non sperimenta non impara, se non osserva non sviluppa, se non si confronta non può crearsi un’opinione critica e personale.

Perché ho scritto questo articolo? Molti alunni che ho incontrato nelle mie classi hanno necessità di vivere di più, muoversi più liberi; le aule stanno troppo strette intorno a loro, c’è una crescita continua di bambini con disturbi dell’attenzione, di ansia o disturbi dell’umore. Spesso vengono gestiti contrastandoli, comprimendoli: ”Stai fermo, stai calmo….” come se per loro fosse facile. La maggior parte delle volte al contrario occorre un momento di movimento, un’uscita, uno stacco. In questo momento storico, in cui si parla di rientri in emergenza, con distanziamenti sociali, mascherine sul viso, incertezze continue, riavvicinarsi alla natura sarebbe la cosa più logica da fare; il sole, il mare, le pietre, la sabbia, il caldo tutto è sempre esistito come il contrario di tutto ciò, (altrimenti verrò additata che scrivo di questo solo perché vivo al mare); non facciamo in modo che le future generazioni se ne dimentichino.