Mi trovo a Worthing, una meravigliosa cittadina che affaccia sul Canale della Manica nel sud dell’Inghilterra, in una struttura dove un affiatato team di pedagogisti, psicologi ed educatori sta portando avanti un progetto di grande qualità in ambito educativo: la Reflection Nursery & Forest School. La metodologia didattica che viene adottata è quella messa a punto dal celebre Loris Malaguzzi, l’Approccio di Reggio Emilia.

Ma non è questo che rende questa struttura interessante. Da anni ormai questa scuola porta avanti un programma di Scuola nel bosco in cui l’ethos delle tradizionali Forest School inglesi e la pedagogia del Malaguzzi si fondono, creando un paradigma didattico più unico che raro. Ho la fortuna di essere una delle responsabili di questo progetto, come educatrice e Forest School Leader. Faccio parte di un team eterogeneo che comprende un rosa di professionalità diverse all’interno dello stesso gruppo di lavoro: naturaliste, educatrici, maestre ed “atelieriste”. Lavoriamo insieme, mettendo sul tavolo diverse abilità che, intrecciate tra di loro, permettono di offrire al bambino un’esperienza educativa autentica e sostanziale. Noi insegnanti siamo costantemente coinvolte nel processo esplorativo del bambino in modo da comprendere, da un lato, come poter generare occasioni ed esperienze e, dall’altro, avere la possibilità di essere attivamente presenti nel momento della scoperta.

Cerchiamo, giornalmente, di essere in ascolto, ricettive e flessibili, in modo da comprendere i bisogni del gruppo e dei singoli ed essere pronte a rimandar loro ciò di cui necessitano in modo da non far spegnere quell’entusiasmo generatosi e stimolarli nel far crescere il desiderio di continuare ad imparare. Le nostre aspettative sul bambino non sono rigide ma variano costantemente. Il nostro scopo principale è percepire quest’ultimi come individui indipendenti, intelligenti, autonomi, unici, capaci di gestire la propria evoluzione seguendo inclinazioni e ricerche personali. Avere una visione del bambino di questo tipo porta ognuno di noi (nel mio caso educatrice e genitore ad esempio) ad una presa di coscienza importante: ogni giorno abbiamo il privilegio di avere a che fare con dei piccoli miracoli, da accompagnare piano piano in uno sviluppo armonioso seguendo i tempi di ognuno. Comprendendo che la migliore strategia è semplicemente quella di porci come dei collaboratori che apprendono insieme a loro e mai come figure che li guardano dall’alto e che hanno l’intento di plasmarli in maniera coercitiva, rubandogli quella genialità che solo un bambino può possedere. Andiamo in natura, ci mettiamo in ginocchio, diventiamo piccole e umili, ci sporchiamo, diventiamo esseri più semplici, ma che posseggono una consapevolezza maggiore e sono quindi in grado di aiutare, all’interno di questa ricerca condivisa. Questo è l’approccio che amo e che ho imparato ad avere, questo mi fa sentire degna di stare accanto a menti flessibili e meravigliose e questo mi rassicura, in quanto sento che sto portando avanti un lavoro di qualità.

La progettazione all’interno di questa scuola procede dando uno stimolo iniziale e continuando, successivamente, per elaborazioni pensate nel tempo, seguendo quelle che sono le risposte dei bambini. Credendo e assecondando realmente questi cuori intelligenti, dandogli la possibilità di sperimentarsi concretamente attraverso i tempi, i mezzi e gli spazi di cui hanno diritto, senza cadere in pratiche estemporanee ma sostenendo i piccoli con progetti pensati e studiati in maniera rigorosa. Credo sia necessario far riferimento allo scritto “I cento linguaggi dei bambini” di C. Edwards/L. Gandini/G. Forman in cui viene spiegato il concetto avvalendosi di una calzante metafora: “Seguono i bambini, non i programmi. Se è permessa una metafora, sono come esploratori che usano mappe e bussole: conoscono le direzioni ma sanno che ogni anno il terreno, il clima, le stagioni e i bambini ne aggiungono di nuove e possono cambiare l’ordine dei tempi e dei problemi.

Le mete sono importanti e non saranno perdute di vista: ma più importante è il come ed il perché raggiungerle.” Capisco di essere stata poco esaustiva nella descrizione delle pratiche giornaliere. Il mio intento, per il momento, era di fare una panoramica generale. Purtroppo, anche facendo un grande lavoro di sintesi, le tematiche sono molto ampie. Nei prossimi articoli cercherò di andare più nello specifico riguardo argomenti a mio avviso estremamente interessanti e più caratterizzanti l’outdoor education. Quindi: STAY TUNED. Vi lascio con la magnifica poesia scritta da Loris Malaguzzi. INVECE IL CENTO C’È Invece il cento c’è Il bambino è fatto di cento. Il bambino ha cento lingue cento mani cento pensieri cento modi di pensare di giocare e di parlare cento sempre cento modi di ascoltare di stupire di amare cento allegrie per cantare e capire cento mondi da scoprire cento mondi da inventare cento mondi da sognare. Il bambino ha cento lingue (e poi cento cento cento) ma gliene rubano novantanove. Gli dicono: di pensare senza mani di fare senza testa di ascoltare e di non parlare di capire senza allegrie di amare e di stupirsi solo a Pasqua e a Natale. Gli dicono: di scoprire il mondo che già c’è e di cento gliene rubano novantanove. Gli dicono: che il gioco e il lavoro la realtà e la fantasia la scienza e l’immaginazione il cielo e la terra la ragione e il sogno sono cose che non stanno insieme. Gli dicono insomma che il cento non c’è. Il bambino dice: invece il cento c’è.