Vorrei fare una premessa ad introduzione di quest’articolo: è volutamente provocatorio.

Non si intende criticare, giudicare o polemizzare sul lavoro eccezionale, sull’impegno e sulla dedizione che migliaia di insegnanti stanno mettendo in campo. Mi rivolgo ai molti che, completamente alieni alla tecnologia, o quasi, si adoperano facendo leva sul personale senso di responsabilità per affrontare, e anche colmare, quel vuoto enorme lasciato dalla chiusura improvvisa della scuola a fronte di quest’emergenza sanitaria. A quelli che, invece, nel proprio percorso professionale hanno acquisito competenze tecnologiche e le stanno mettendo a disposizione dei colleghi e degli studenti, per garantire una continuità lavorativa e di studio a distanza.

Penso inoltre a tutti gli insegnanti – genitori, il cui viver quotidiano si trasforma in un delirante districarsi tra smartphone, pc e tablet, piazzati in ogni angolo della casa per sostenere mattinate di lezioni online, proprie e dei figli.

Forse un po’ di polemica la si vuol portare verso chi opera con superficialità e con scarso senso etico, ricoprendo il ruolo di insegnante come fosse un mero esecutore di direttive dirigenziali.

Resta il fatto che l’obiettivo principale di quest’articolo è quello di pro – vocàre, di chiamare fuori, eccitare e stimolare, lanciare una sfida a chi si trova ad affrontare questo tempo.

Ho riflettuto se fosse il caso di esprimermi in merito alla didattica a distanza, sopraggiunta come un fulmine a ciel sereno e soggetta a molte critiche. Infine, ho voluto farlo. Non solo perché me ne sono fatto un’idea, ma anche perché, come maestro nel Progetto Educativo Sperimentale Asilo e Scuola del Mare di Ostia, mi riguarda.

A spingermi è stato un sogno che mi ha svegliato nel cuore della notte e che mi ha portato, alle 5 del mattino di un’anonima domenica di quarantena, a scrivere. Mi trovavo alle porte di un tempio in tufo grigio, dedicato alla divinità induista Shiva, nei pressi della foce del Tevere all’Idroscalo di Ostia ( non cercate su google, non esiste! ). Sulle scale del sacrario, incontro un caro amico professore di matematica al liceo. Lui, che nella realtà parla un impeccabile italiano, romanamente mi dice: “Ao, ma te come stai a fa? Io sto a ‘mpazzì. In classe mia ce sta pure ‘n pischello cor sostegno, che poraccio a casa da solo nun ce sta a capì gnente”.

A questa sua frase ho aperto gli occhi e mi sono svegliato. Ho immaginato quell’onirico ragazzo adolescente che prova a studiare autonomamente, chiuso in casa da settimane, privato delle relazioni sociali di cui la scuola è fonte primaria, che non riesce a capire nonostante i suoi sforzi titanici e che infine, in un gesto ribelle quanto estetico, lancia per aria libro e quaderni.

È seguito un flusso di pensieri inarrestabile e ho valutato fosse il caso di dedicare qualche riga a questo tema.

Il tempo e lo spazio della didattica a distanza

Partirei dall’acronimo di didattica a distanza: DAD.

Figli di una lingua che mutando risente dell’influenza anglofona, non possiamo che tradurre con papà – padre ( meglio dell’acronimo della Messa A Disposizione, ben peggiore, che rievoca l’immagine dell’Ospedale Psichiatrico di Stato di Salem piuttosto che di una scuola).

La DAD richiama lo spettro di un padre onnipotente e giudice morale dell’operato di docenti e discenti. Come un’ombra gigantesca si erge su di loro tenendogli il fiato sul collo, mentre entrambi sono proni davanti allo schermo, più o meno capaci di gestirne il potenziale. Gli  insegnanti cercano in tutti i modi di proseguire con un programma prestabilito, mentre gli studenti pregano che improvvisamente salti la connessione.

Il tempo della scuola scandito dal suono della campanella, che ritualizza e fraziona le giornate della comunità scolastica, assume una dimensione del tutto nuova. Il più delle volte, a segnare l’inizio delle lezioni sono le “finestre” che si aprono sullo schermo del pc con su scritto Join meeting, concludendosi con un altrettanto banale e anonimo Leave meeting.

Non solo il tempo di studio e lavoro acquisisce una veste diversa, in modalità a tratti pervasive se non invasive. Anche lo spazio muta e, che ne dicano i fautori dello smart working, fare lezione con figli, genitori o fratelli che girano per casa, giocano, guardano la televisione, lavorano a loro volta o semplicemente vivono la casa, non è poi così facile. Insegnanti e studenti hanno dovuto trasformare il luogo della propria intimità e del privato in un ibrido casa-scuola, sovrapponendo, confondendo e dissacrando il senso dei luoghi e della loro funzionale necessità.

Per una formazione a distanza

Quella che si sta sperimentando è una forma azzardata e improvvisata di e-learning, un tentativo di creare uno spazio d’apprendimento mediato da un uso spesso approssimativo e talvolta inefficace dei mezzi tecnologici. Nessuno era pronto a vivere questa situazione d’emergenza, inoltre, in molti casi, gli insegnanti non hanno una formazione adeguata in merito alla didattica a distanza. Il rischio è che questa si trasformi, soprattutto per la scuola primaria, in un invio ossessivo e compulsivo di schede da completare. Schede e verifiche che verranno valutate, con molta probabilità, senza porre un’attenzione individuale rivolta al discente, che può essere garantita solo da una relazione reale e non virtuale.

L’alunno è stato proiettato in un batter di ciglia a vivere un mondo sconosciuto. Si è ritrovato a dover affrontare la didattica senza avere davanti a sé il suo maestro, colui che dovrebbe mostrargli come fare. Al suo posto ha un surrogato, a volte poco paziente per attitudine e incapacità, il cui ruolo è ben altro: il genitore.

Penso a mia nipote, una bambina dal temperamento malinconico con sprazzi di collericità, che frequenta la seconda elementare. Qualche giorno fa è esplosa in un pianto disperato perché, non riuscendo a svolgere le moltiplicazioni, spiegate dalla maestra con un video di tre minuti stile tutorial, ha temuto di venir bocciata. Non era un semplice compito, ma una vera e propria verifica con relativa valutazione.

Se per verifica si intende il vèrum – facére, quindi il fare vero, l’assicurarsi che una cosa sia vera o che sia tale e quale a ciò che deve essere, qui di vero c’è solo l’inefficacia e l’inutilità della richiesta. Inutile e inefficace perché si pretende che difronte al nuovo, l’inesplorato e l’ignoto, ad accompagnare, sostenere ed indirizzare l’alunno sia il genitore e non l’insegnante. Quel genitore che nello stesso istante deve badare alla pulizia di casa, a preparare il pranzo e a gestire il proprio tempo di lavoro.

La didattica a distanza, oggi più che mai dovrebbe assumere il ruolo di formazione a distanza. Nella visione e nella tensione a formàre, al dare una forma per la crescita dell’individuo. In questo momento così delicato, la formazione non può essere una passiva esercitazione. L’insegnante dovrebbe alzare lo sguardo e innalzare il pensiero ad ogni singolo individuo di cui si è preso carico, di cui è responsabile. Trovare momenti di dialogo per rinsaldare il patto educativo che tra loro è invisibilmente suggellato. Proporre attività altre oltre al computare, che siano elaborazioni del proprio stato interiore, del proprio vivere questo tempo sospeso o rivolte ai dubbi e alle speranze che nutrono per il futuro.

Alcuni probabilmente stanno vivendo questa situazione con serenità ma per altri potrebbe essere il prequel di una serie tv distopica, che non vedrà su netflix ma che teme di vivere in prima persona. Questo non lo possiamo sapere a priori, potrebbe essere un’esagerazione. Comunque sia, l’insegnante ha il dovere deontologico di porsi la domanda, di andare incontro allo studente, di aprire un varco spazio temporale oltre lo schermo di un computer.

Gli studenti più piccoli potrebbero dedicare questo tempo a consolidare le competenze acquisite finora e soprattutto a leggere. Leggere per evadere, per vivere avventure, per conoscere ed esplorare il mondo fuori dalla finestra. Chiusi tra quattro mura, quel mondo risulta raggiungibile grazie all’immaginazione.

Ascoltare, interessarsi, accompagnare, essere custodi e guide di chi oggi, per destino o per scelta, è il nostro alunno devono essere le priorità.

Valutare in tempo di epidemia

Concludo questa lunga riflessione, che spero non abbia tediato il lettore, lanciando una provocazione, che è il motivo principe di questo articolo.

Chissà se forse, in un tempo epidemico che scorre inesorabilmente lento, in cui ogni giorno è uguale all’altro, in cui l’anno scolastico giunge al suo compimento in assenza di scuola, si possa pensare ad un atto rivoluzionario.

Chissà se qualcuno troverà il modo di rileggere le riflessioni di Alberto Manzi sul valutare e sul classificare. Forse ci si potrebbe rendere conto che, oggi più che mai, risulta inutile, approssimativo, falsato e superficiale l’assegnare un voto. Non terrebbe conto fino in fondo del contesto e l’atto del valutare, come monitoraggio in itinere della dinamica e dell’azione formativa stessa, risulterebbe alterato per mancanza di relazione. Non si terrebbe conto che, comunque andrà a finire questo tempo di quarantena, il mondo fuori e dentro di noi sarà inesorabilmente cambiato, mutato, nuovo e diverso.

Chissà se, alla luce di questa situazione così complessa e delicata, quest’anno sarà la volta buona che vedremo scritto su tutte le pagelle degli studenti italiani:

FA QUEL CHE
PUO’.
QUEL CHE
NON PUO’,
NON FA.