“Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”

Si fa un gran parlare, ultimamente della gentilezza. Nella profonda crisi valoriale che attanaglia la società di oggi, la necessità di ritrovare una modalità di relazione autenticamente “sociale” – ovvero solidale, cortese, emozionale – è più che mai attuale. Si assiste infatti sempre più a un’ostentazione (in televisione, nei social ma anche nelle relazioni reali) di (non) valori come la ricchezza o la fama, dimostrati attraverso atteggiamenti prevaricatori, prepotenti e maleducati. Si fa passare il messaggio che vince chi parla più forte, sopra l’interlocutore, chi si impone sull’altro.

Per fortuna, grazie anche alla giornata mondiale della gentilezza, e alla progressiva diffusione di esempi virtuosi, si può osservare un movimento di risveglio delle coscienze attraverso studi, esperimenti sociali, proposte operative, pubblicazioni più o meno attendibili. Questo rilancio della gentilezza è orientato soprattutto al mondo della scuola e, seppure in misura minore, al mondo del lavoro.

Proviamo a definire la gentilezza: da vocabolario, essa assume tre diverse sfumature di significato:

– la cortesia esteriore, ovvero l’affabilità nei modi, garbatezza e buone maniere;

– la bontà d’animo, ovvero la nobiltà interiore, che proviene da alti sentimenti;

– il gesto gentile, l’azione che esprime, nel modo e nel contenuto

Si tratta quindi di un concetto di grande profondità, complesso nella sua semplicità. Per trasmettere la gentilezza servono i modi, i sentimenti e i gesti concreti. Una trasformazione progressiva, profonda, articolata, un nuovo modo di essere, di relazionarsi, di affrontare le difficoltà e le scelte, uno stile di vita non violento, empatico. Nel mondo dell’educazione, e della scuola in particolare, negli ultimi anni si è cercato di proporre percorsi che avessero come oggetto l’educazione alla gentilezza.

Si tratta per lo più di piccoli progetti, che si esauriscono nel tempo di una giornata, o una settimana per i più virtuosi, che mirano a far compiere ai bambini piccoli gesti di gentilezza o ad individuare le parole gentili.

“Portate a scuola un libro entro il … per la giornata della gentilezza.”

Ora viene da chiedersi: la gentilezza “forzata” nei modi, nei tempi, nell’oggetto educa veramente alla gentilezza? Educa alla gentilezza come stile di vita? Sarebbe interessante avere un riscontro dagli insegnanti sugli effetti di questi programmi, a breve e medio termine, per verificare se innescano il contagio della gentilezza.

La perplessità in effetti nasce dall’osservazione di alcuni recenti studi, che dimostrano come la gentilezza sia a tutti gli effetti contagiosa: in un recente contributo a Focus.it, Daniela Mapelli, docente di neuropsicologia all’Università di Padova, ricorda che anche per la gentilezza entrano in gioco i neuroni specchio: «Grazie ai neuroni specchio gli esseri umani sono predisposti a imitare l’azione e a cogliere le emozioni degli altri. Quindi, se ho di fronte una persona che sorride, i neuroni specchio mi spingeranno a imitare questo tipo di comportamento e sarò ben disposto».

La seconda domanda è quindi la seguente: se la gentilezza funziona ad effetto domino, come possiamo noi – educatori, insegnanti, ma anche leader aziendali, politici e chiunque abbia una certa influenza sugli altri – pretendere di insegnare ad altri ad essere la goccia che muove le increspature? Non è forse più coerente e più efficace essere noi per primi quella goccia?

Certo è più semplice dire ai bambini cosa e come fare, ma oggi non è più sufficiente. Se fare un gesto gentile è un obbligo imposto come compito per casa, è snaturato del sentimento che dovrebbe animarlo, e quindi vuoto. Paradossalmente dà l’insegnamento opposto: si reitera la dinamica del più forte che sovrasta il più debole e gli impone la sua volontà. Forse proprio la gentilezza potrebbe essere la chiave di volta per favorire la rivoluzione nei rapporti tra educatori e bambini, nella formazione della comunità educante, nel riconoscimento dell’autonomia e della personalità del singolo bambino.

L’educatore si fa gentilezza, in modo molto più profondo e articolato, spogliandosi di archetipi antiquati da insegnante. Si fa promotore di un rapporto empatico, insegnando la gentilezza nel modo più genuino, praticandola, in tutti e tre i suoi aspetti:

– nei modi, con la consapevolezza che il ruolo educativo non implica atteggiamenti impositivi ed autoritari, mentre la gentilezza diventa forza educativa molto più della prevaricazione, perché costruisce ponti di fiducia;

– nei contenuti, dimostrando egli stesso di possedere sentimenti alti e di ispirarsi nella quotidianità a valori nobili, come il rispetto, l’altruismo, la generosità, l’attenzione verso l’altro, permeandone ogni aspetto della relazione educativa;

– nei piccoli gesti, da regalare senza uno scopo o una ragione. Le piccole azioni che avviano le increspature e rendono più felici chi dona e chi riceve, allo stesso modo, dimostrano ai bambini che l’educatore tiene a loro, crede in loro e gli dà grande importanza.

Ecco quindi la rivoluzione della gentilezza: facciamoci portatori di gentilezza, diamo il via al contagio, inneschiamo il circolo virtuoso!