Competere o cooperare? E perchè non entrambi?  

La competizione ultimamente è stata molto screditata, soprattutto in ambiente scolastico ma ragioniamo un attimo… 
L’etimologia dei termini che usiamo quotidianamente mi ha sempre affascinata, ci sono parole a cui non penseremmo mai di attribuire il significato che in realtà hanno. Se pensiamo alla competizione l’immagine che ci sovviene può essere quella di una gara o di una sfida tra più persone o organizzazioni. In realtà nel termine competere possiamo trovare un significato molto più ampio e bello di quello che siamo abituati ad attribuirgli.  

Dal Dizionario Treccani: competere /kom’pɛtere/ v. intr. [dal lat. competĕre, der. di petĕre”dirigersi, andare”, col pref. con-, propr. “andare, chiedere insieme”]  Vediamo quindi che intesa in questo senso la com-petizione diventa qualcosa di meraviglioso che se unita alla cooperazione può dare modo agli studenti di migliorare notevolmente l’ambiente in cui vivono.

Immaginiamo un esperimento scolastico in cui gli studenti cooperano per competere. Ci sarebbe una assemblea degli studenti, di tutti gli studenti, in cui ognuno avanza le proprie proposte (petizioni) per migliorare ciò che va migliorato. L’assemblea riunita opera per il miglioramento, quindi tutti com-petono al raggiungimento di una trasformazione positiva comune. La scuola diventa così un ambiente in cui sì si compete, ma tutti insieme per il raggiungimento di un obiettivo condiviso, per una crescita costante. Un ambiente in cui i cosiddetti compiti di realtà sono concreti, dove  i ragazzi si impegnano fattivamente a risolvere questioni reali, quotidiane e importanti per la collettività.

Ciò che più mi colpì degli incontri della Scuola nel Bosco a cui partecipai anni fa, fu il racconto di come avevano organizzato gli spazi e di come si svolgevano la giornata. Tanto per cominciare non c’erano le consuete classi né ore di lezione prefissate. Ma che scuola è verrebbe da chiedersi, vero? Ebbene è una scuola di vita.

Da come me l’hanno descritta Danilo, Sabina e Paolo io la immagino fatta di pluriclassi, gruppi fluidi uniti dalla materia di studio più che suddivisi solamente per anno di nascita; gruppi di bambini che si radunano in base all’interesse del momento, che imparano fuori dalle scatole in cemento in cui siamo abituati a stare. Collaborano e acquisiscono competenze, aiutandosi e insegnando l’un l’altro. Una scuola in cui quando si presenta un problema o una situazione da risolvere i bambini non vengono allontanati mentre a sistemare ci pensano gli adulti. Una scuola in cui se c’è da progettare il riscaldamento ci pensano i bambini. Ora non immaginatevi bimbi che spostano e installano caloriferi…ovviamente l’adulto è sempre presente a rispondere a quesiti e dare indicazioni, e i lavori vengono effettuati da personale competente.

Ma immaginate i bambini che, tutti insieme, scoprono che le alternative per scaldare una stanza non sono solo fuoco o calorifero. Scoprono che per scaldare un ambiente non conta solo l’area ( ”cos’è l’area?” chiede il bimbo piccolo, “vieni te lo spiego” risponde il bimbo grande) ma anche la cubatura e quindi tutti insieme si sperimentano. Chi spiegando, chi imparando, chi disegnando il progetto come un geometra, chi facendo i conti e chi spulciando preventivi, proprio come farebbe un vero team di progettisti. Allora vediamo che la scuola diventa un ambiente in cui i bambini si allenano alla vita, e risolvendo questioni squisitamente pratiche imparano nozioni teoriche, che altrimenti sarebbero pure e semplici formule matematiche o diciture da ripetere a memoria.

Queste scuole esistono già, da molto molto tempo. La mia classe alle elementari ha progettato in collaborazione con l’Ecotecnica di Gardone Val Trompia il verde all’interno di un tornante sulla strada che conduce alla scuola. Io ricordo che quando eravamo piccoli, noi bambini preparavamo il caffè alle maestre con la moka! Adesso vedo tavole apparecchiate per bambini rigorosamente senza il coltello, perché i bambini non lo sanno usare e le maestre hanno il terrore che si facciano male. Da una delle maestre di oggi mi sono sentita rispondere “non ci si può fidare dei bambini” parlando del perché non erano loro a servire il pranzo in mensa ma facevano tutto le maestre. Mi ha intristito enormemente sentire una frase simile uscire dalla bocca di una maestra.

Oggi queste scuole si chiamano Scuole nel bosco, Scuole del mare; ma ci sono anche in città, sui fiumi o sui laghi; a volte sono ad ispirazione Steineriana, altre volte Montessoriana, altre ancora non hanno un orientamento specifico se non verso il benessere dei bambini. Il mondo è pieno di realtà che sbocciano nella natura, permettendo ai bambini di far fiorire i propri talenti, facendo esperienze all’aperto ma anche in spazi al chiuso. Quegli ambienti diventano fucine di idee, luoghi grandiosi e ariosi suddivisi in aree tematiche, dalla falegnameria alla danza, dall’arte all’informatica, tutte interconnesse e liberamente fruibili da tutti i ragazzi. Non ci sono le classi prima, seconda, etc… in cui le/gli insegnanti si alternano nel tentativo di annoiare il meno possibile i propri studenti, nella ripetizione di sterili concetti astratti. Ci sono insegnanti specializzati in ciò che li appassiona, che accompagnano studenti di età miste alla scoperta di ciò hanno da offrire al mondo.

Un mondo in divenire dove la com-petizione è una gara a realizzare la versione più felice e appagata di se stessi. Un mondo in cui la com-petizione è volta a creare gruppi di lavoro e sinergie, perché quando si è felici il desiderio più grande è quello di condividere la propria felicità e quando si ha una solida base d’appoggio i sogni, anche quelli più ambiziosi e grandiosi, smettono di essere irrealizzabili.

E quale base migliore da cui partire di quella formata da tante mani unite insieme per creare un gruppo che cammina verso la stessa meta?