Bisogna accordarci su quale sia il fine dell’educazione. Se il fine dell’educazione è infatti il mantenere le strutture sociali ed economiche esistenti, allora si potrà continuare a fare ingerire istruzioni agli studenti e a bloccare sempre di più la loro spontaneità e la loro creatività. Se invece il fine dell’educazione è realizzare quello che Wilhelm Von Humboldt richiama il bildung ovvero, la piena realizzazione dell’individuo e di conseguenza, della collettività, allora è un bene criticare le categorie scolastiche odierne.

Molto spesso questo deriva da una mancanza di consapevolezza degli stessi insegnanti, che posti nelle condizioni in cui sono posti, difficilmente potranno riuscire ad emergere come vere e proprie guide “spirituali “dei propri allievi. Qui non si tratta di uno spirito astratto o di un qualcosa che si trova solamente nel trascendente, ma di riconsiderare lo stesso come un qualcosa che si muove e si manifesta attraverso di noi, attraverso la materia, attraverso ogni frammento dell’esistenza. Il linguaggio, come già sosteneva Jean Jacques Rousseau, introduce “idee generali” nello spirito tramite le parole. E se queste parole fossero introdotte per andare a delimitare la creatività del singolo e a rinchiudere all’interno di prigioni ideologiche lo spirito stesso?

Il problema sarà una conseguente inconciliabilità con quello che è previsto all’articolo 4 della nostra Costituzione come “lavoro”. Esso è infatti un mezzo per lo “sviluppo materiale e spirituale della società”, posto che quindi la Carta Costituzionale sia ancora al centro del nostro ordinamento giuridico – e sostanzialmente lo è, in quanto se esiste il nostro ordinamento giuridico italiano è solamente grazie ad essa- allora si potrebbe riconsiderare la libertà dello spirito e la spontaneità del bambino prima, dell’adulto poi, come una caratteristica essenziale intrinseca al gruppo sociale di cui facciamo parte.

Secondo Kant Dio ha creato l’uomo libero e secondo Decartes l’uomo, per distinguersi dalla macchina, deve utilizzare un “linguaggio creativo” per far sì che le “facoltà predisponenti” divengano “idee innate”. Niente paura, questo significa in breve che per sviluppare delle facoltà intrinseche alla natura stessa dell’uomo c’è bisogno di canalizzarle verso delle forme che lasciano spazio alla creatività e non, la soffochino. Libertà e creatività devono essere quindi il carburante che muove sia l’intento pedagogico, sia il successivo impegno sociale dell’uomo, chi ad oggi chiamiamo lavoro.

La manipolazione posta in essere dai grandi agenti del mercato che permea le coscienze o, per tornare al linguaggio che stiamo utilizzando, si pianta nello spirito, sta portando le istituzioni sociali a pensare che l’educazione serva ad inserire nel mondo del lavoro e non, accompagnare il soggetto nel processo di sviluppo prendendosene cura e preparandolo alla vita. La parola libertà è stata molto spesso utilizzata nella maniera più oscura per poterci allontanare dall’essenza della stessa personalità umana che, ad opinion di Schelling, riguarda sempre sia la libertà di “meditazione” , che di “azione”. Per esso inoltre la “libertà” è anche il principio è il fine della stessa filosofia.

Ora, ponendo i limiti già positivizzati dalla norma costituzionale e dall’ordinamento giuridico generale, non si dovrà limitare ancor di più l’operato del singolo oltre il necessario che serve per andare a tutelare la libertà degli altri; tutto quello che eccederà questa funzione, sarà da considerare come un surplus in grado di bloccare lo spirito al punto da poter generare delle successive macchine, non più in grado di utilizzare le proprie azioni e il loro linguaggio in maniera creativa.

L’educazione è il primo passo per evitare lo scempio della macchinizzazione dell’uomo: la natura uno dei più grandi insegnanti, come  già sosteneva Rousseau tempo fa. L’educazione non può prescindere dal tenerne conto: nasciamo per mostrare il nostro film sullo schermo dell’Essere e non, solamente per guardare i film che vanno per la maggiore.  Molto spesso questi ultimi, non sono che un mero prodotto commerciale.