Credo ci voglia delicatezza, quando guardiamo un altro essere umano.
In un mondo che non vede l’ora di emettere giudizi e sentenze, di trovare colpe, credo che abbiamo bisogno di imparare ad essere lo sguardo lieve, lo sguardo che sappia guardare al di là della physis per cogliere l’anima, accogliere il mistero, l’inverno dell’altro.

Siamo così abituati a misurare, indagare con luci asettiche, valutare, attribuire errori, perché siamo una cultura che con l’errore o meglio con l’errare non è più riuscita a far pace, siamo diventati stanziali nella mente.

 

Questa cattiva educazione ce la trasmettono anche scuola, dove ai bambini, future e presenti persone, si insegna ad essere soppesati, valutati, oggetto si giudizio. Non educhiamo ad accogliere, ma alla paura di sbagliare, non all’eccezionalità, ma alla norma, dove il prezzo dell’amore è il rientrare nel canone costituito, non il proprio semplice esistere.

Cresciamo adulti che non possono che essere giudicanti perché giudicati, laddove più ho paura di un giudizio, meno sarò portato ad essere me stesso, a mostrarmi, ad accogliermi per le mie notti e le mie meraviglie.

Dare giudizi, voti o che dir si voglia ai bambini diventa continuare a diffondere, perpetuare questa cattiva educazione.

 

E non voglio affatto dire che delicatezza sia arrendevolezza, indulgenza o autoindulgenza, indolenza, rinuncia a migliorare o a fare del proprio meglio. Non è un giocare a ribasso, ma è rispetto per la battaglia dell’altro.

Molte delle persone a cui voglio bene sono, in questi tempi di grande sfida, provate da lotte interiori ed esteriori di cui a stento posso intuire la vastità, ma di cui sento l’esistenza.

 

Come esseri umani viviamo più spesso di quanto alla nostra ragione non piaccia pensare questa condizione, perché siamo fatti di luci ed ombre, di inverni e di albe e in quest’anno tutti stiamo faticando e dita puntate non sono ciò di cui abbiamo bisogno.

La verità è che probabilmente faticavamo anche prima, ma in una dimensione individuale, privata, mentre ora il dolore e la stanchezza potremmo dire che sono endemici, diffusi, collettivi, con chiunque parli ne trovi le tracce.

 

E allora ci vuole silenzio. Ci vuole pazienza. Ci vuole la capacità di rendere i nostri sguardi carezze, così lievi che non vadano ad aggiungere alcun peso ai pesi del mondo, leggeri come neve che protegge e a primavera si scioglie e penetra. Abbiamo bisogno di leggerezza.

 

Probabilmente non ci riusciremo, ma anche noi, come umani, come tutti, ci staremo provando e mettere un intento in questo tempo è già tanto, è un seme in questo gioco di improvvisazione che è la vita.

Ci vuole delicatezza quando guardiamo un altro essere umano e ci vuole fiducia, perché a prescindere da quanto possa essere freddo e ventoso l’inverno, prima o poi, secondo tempi suoi e non nostri una gemma si affaccerà ad annunciarne la fine. È questa, il coraggio della delicatezza e della fiducia, l’idea di forza, di cultura in cui mi riconosco. È scuola a stretto contatto con la natura.

Sabina Bello – Educare ai sentimenti

 

Citando Wikipedia:

Il termine cultura deriva dal verbo latino colere, “coltivare”. L’utilizzo di tale termine è stato poi esteso a quei comportamenti che imponevano una “cura verso gli dei”, da cui il termine “culto” e a indicare un insieme di conoscenze.

Da qui puoi saperne di più su Sabina Bello e ascoltare le sue lezioni attraverso la Masterclass!