In quarantena ci siamo tutti ritrovati a fare quelle cose che i ritmi della quotidianità solitamente non consentono: dalla manicure al giardinaggio, dal riordino di libri al bricolage.

La prima cosa che ho fatto io l’indomani della chiusura delle scuole è stata andare a Roma a ritirare la mia pergamena di Laurea. Così, dopo quattro anni, ho scoperto l’inaspettata emozione di stringere tra le mani il pezzo di carta. È stato come riabbracciare una parte di me, perduta e quasi dimenticata: per me che faccio la maestra d’infanzia outdoor da due anni e ho una laurea in Filosofia, l’occasione di ritrovarmi miracolosamente in ascolto, riflettendo sulla connessione invisibile ma potente tra percorso di studi e professione: filosofia e bambini.

Nella mia esperienza di maestra ho deciso di mettere sin dall’inizio la pratica della filosofia nel rapporto educativo con i bambini; è stata una scoperta interessante, iniziata per sperimentazione e rivelatasi molto importante per i diversi benefici che ha sui bambini.

Quante volte si sente dire che i bambini sono maestri di filosofia?

In parte è così. Meraviglia e curiosità possono definirsi parte del meccanismo innescante della filosofia e sono innate nel bambino. Domande come “chi ha fatto il mare?” “Perché nasciamo?” sono normalissime soprattutto nella fascia d’età che va dai tre ai cinque anni.

Penso però che questa fase spontanea del pensiero filosofico rischi molto spesso di essere tralasciata, abbandonata a se stessa e non curata dall’adulto, che rilega tali domande a comportamenti infantili, trascurabili e privi di importanza, quasi come se queste ultime fossero inutili, troppo grandi, vane.
Meraviglia e primo accenno filosofico vanno acciuffati da un abile adulto, qualcuno che sappia incoraggiarli, farli crescere e progredire. Un Socrate insomma, che se ne stia lì, con le mani dietro la schiena, ad ascoltare pazientemente e a chiedere ogni volta “Perché?”.

Da maestra mi ispiro molto al metodo socratico. Questo prevede che la verità venga alla luce attraverso il dialogo con l’altro: Platone nel Teeteto definisce tale metodo Maieutica, dal greco μαιευτική (τέχνη), arte dell’ostetricia, mestiere del portare alla luce un bambino, far nascere, uscire fuori. Al pari della levatrice, dunque, la maieutica spinge la verità a venire fuori attraverso il dialogare. Parlando, cioè, semplicemente, e ragionando sulle parole, si arriva sempre più alla definizione migliore di un concetto, di uno stato d’animo, di un nostro pensiero.

Una filosofia per i bambini e con i bambini, è necessaria sin dalla prima infanzia. Una filosofia non da intendere come storia della filosofia, né virtuosismo del pensiero ma pratica filosofica ovvero una filosofia reale, immersa nel mondo e nel concreto, una filosofia che sia prima di tutto imparare a pensare, a ragionare, a filoso-fare.
Filosofare con i bambini alla scuola materna non è fare un’attività che è parte di una programmazione didattica, non è un laboratorio occasionale, né oggetto di un ciclo di incontri. La filosofia con i bambini della materna è costante approccio silenzioso che si manifesta nella quotidianità, che parte, prima di tutto, dall’instaurare l’abitudine all’ascolto e al dialogo filosofico.

Applicare il metodo socratico con i bambini della scuola materna significa avere pazienza ed estrema fiducia in loro e nella filosofia, starsene lì a gettare semi di pensiero, favorire l’autonomia del ragionamento chiedendo molto spesso semplicemente perché?

Si tratta di un lavoro silenzioso che a lungo andare non tarda a mostrare i suoi frutti: i bambini a ogni domanda migliorano la definizione, ragionano di più, correggono, ampliano il loro pensiero. Non solo: molto spesso fanno lo stesso tra loro e si vedono in disparte sotto un bell’albero a parlare dell’universo, a chiedersi perché e a rispondersi.

Si tratta di interventi quasi impercettibili ma costanti nel tempo: quel che ho fatto all’Asilo del Mare è stato inserire la visione dialogica e filosofica all’interno dei momenti comunitari, a partire dall’inizio della giornata, in cui cantiamo insieme la canzone del buongiorno per salutarci. In questa occasione i bambini condividono stati d’animo, emozioni o racconti particolari. A giro ognuno è chiamato a dare il suo contributo, e si procede con estrema calma: l’ascolto, ancor prima della parola, è il vero protagonista e parte essenziale di un dialogo sano.

Si  incoraggia in questo modo la condivisione delle parole con l’altro, in una lentezza che ricorda molto le raccomandazioni di Gianfranco Zavalloni in La Pedagogia della Lumaca (EMI, 2019). Come scrive Zavalloni, infatti, è necessario porre attenzione alla pedagogia della parola: una parola riferita con lentezza e chiarezza induce all’ascolto e quindi al dialogo e a una riflessione più attenta sulla risposta.

Nella modalità del circle time, tra ascolto, lentezza e cura nelle parole, anche il bambino più timido e restio fiorisce in micro-dialoghi, e si assiste ad un meraviglioso scambio di opinioni e piccole-grandi riflessioni.
La parola riferita all’altro è in un certo senso la parola riferita a se stesso; il bambino, esternando la sua opinione attraverso il linguaggio inizia l’ardua costruzione di un pensiero.

Filosofiamo con i bambini e per i bambini

Alla fine ci sembrerà quasi di non aver fatto nulla; che sia stata un’attività inutile, non produttiva, perché, effettivamente, non avremo fatto altro che praticare la filosofia. Non avremo elaborati, né lavoretti. Per definizione, infatti, in filosofia tutto ciò che è prassi si contrappone a quel che è tecnica: la prassi non è altro che attività pratica, appartiene alla dimensione del fare; la tecnica invece appartiene alla dimensione del saper-fare e presuppone quindi  l’insegnamento di una tecnica specifica indirizzata ad un fine, un certo prodotto.

Ebbene, se distogliamo l’attenzione dal materiale e la poniamo sull’essenziale – se ci spostiamo dalla tecnica alla prassi – ci renderemo conto che la mente di quei piccoli ha viaggiato, fatto giravolte, toccato la luna ed è tornata indietro. Ha fatto grandi domande e dato enormi risposte, posto altri quesiti altrettanto grandi ai compagni e iniziato, attraverso il linguaggio, a interrogarsi insieme, ragionare, a pensare.

I bambini danno prova quotidianamente di beneficiare di un tale approccio; dallo sviluppare un linguaggio più completo e ampio, al cercare spontaneamente il dialogo non solo per semplice condivisione di stati d’animo ma anche prima di prendere una decisione per loro importante, o per capire ciò che sentono.

La pratica filosofica sin da piccolissimi non aiuta solo la capacità di ragionamento ma anche quella di linguaggio, di argomentazione, incrementa il pensiero critico e getta le basi solide di un essere pensante dunque libero. Nel corso di questi anni infatti più volte sono stata stupita dal modo in cui i bambini hanno introiettato la pratica filosofia, inconsapevolmente, padroneggiandola come parte del loro essere.

Camilla, quattro anni e un universo di emozioni dentro, una volta al mare mi ha chiamata da parte dicendomi: “Maestra, facciamo come fai tu, che mi chiedi perché?”. Abbiamo iniziato a parlare, lei era molto triste e piano, piano a furia di perché abbiamo insieme capito il motivo della tristezza.

Una volta ancora, un gruppetto di bambine, dai tre ai cinque anni, mi hanno chiamata per chiedermi se potevamo fare insieme un’assemblea delle bambine. C’era stato un litigio tra loro ed io non ho fatto altro che stare seduta nella nostra piccola tavola rotonda, da spettatrice silenziosa le ho guardate dialogare con grande ascolto, coraggio e cura nelle parole; ognuna aspettando il proprio turno. Anche in quel frangente uscì fuori la verità di quel momento, il motivo della lite, delle ferite di ogni piccola donna nella discussione.

In questi anni ho collezionato decine di esperienze del genere: ognuna di queste mi ha in parte commossa e spinta a proseguire nel mio lavoro di maestra-filosofa.